Conservatorismi

Stavo chiacchierando con alcune persone sul fatto che si stanno diffondendo sempre più tablet e che c’è una certa attesa per Surface, la sfida di Microsoft al dominio Apple nel settore.

In questo modo, affermava una persona, sarà come avere un vero PC, dato che si potrà avere anche la suite di Office.

Ora naturalmente non potevo lì fare un self marketing di questo blog indirizzando tale persona a leggersi il mio post del 7 luglio scorso. Rimango però sempre sorpreso di come molte persone continuino a pensare che Microsoft Office sia l’unica suite office presente sul mercato.

Ora anche senza scomodare la suite iWork di Apple, che sto scoprendo essere fantastica su iPad, mi chiedo se tutta questa gente si renda ormai conto che il modello di business offerto da Office, nato negli anni Novanta, sia ormai destinato a scomparire per sempre.

E lo è innanzi tutto perché già oggi con un normale browser puoi lavorare sulle stesse Web App di Microsoft (provare per credere sulla piattaforma live.com) anche su iPad. Poi ci sono tutte le soluzioni cloud-based a partire da CloudOn per arrivare a OnLive Desktop. Oppure tutte le App quali Documents-to-Go e simili, applicazioni che gestiscono in maniera più che eccellente tutti i file della suite di Microsoft.

Infine se ciò non dovesse bastare ecco che i rumors su una suite per la tavoletta di Apple si fanno sempre più pressanti: hai visto mai che forse a Redmond hanno capito che fare business solo con le licenze non è tanto redditizio?

La scuola scollata

Tieni conto di spendere un trecento euro l’anno, quando la tua bambina arriverà alle medie“, mi dice una  signora di mezza età, alle prese con l’inserimento di suo figlio nella scuola media.

Ma è ancora tutto fondato sulla carta?“, chiedo curiosamente. “No, un po’ si stanno informatizzando, ad esempio l’insegnamento di spagnolo, per aiutare nella pronuncia, viene fatto con l’ausilio di CD. Li inserisci nel PC e ascolti come si pronuncia“. “Capirai!“, penso tra me e me, “dieci anni fa studiavo spagnolo anche io così grazie ad un’iniziativa editoriale di un noto quotidiano”.

Saluto la signora e proseguo sulla strada di rientro verso casa e ripenso a questa chiacchierata.

Mancano ancora sette anni per l’ingresso di Elisa nella scuola media e – al di là dei libri di testo – un assaggio del costo, richiesto alla famiglia in termini di cartoleria e corsi extra per musica e psicomotricità, ce l’ho.

Ripenso però a come strutturiamo la scuola dell’obbligo in Italia, piena di carta, di libri, di gesso.

Penso a Elisa. La guardo e mi rendo conto che per lei è perfettamente normale guardare la TV e bloccarla se deve andare in bagno, grazie alla pausa in diretta, registrare programmi televisivi in serie o scegliere se ascoltare la sua amica Dora l’esploratrice o il suo nuovo amico Jake (il Pirata) in italiano o in inglese.

Così come per Elisa è scontato che i libri esistano sia di carta che digitali e li sfoglia con lo stesso identico gesto!

Per lei è perfettamente ragionevole pensare di poter parlare con il nonno attraverso un telefono, un tablet o un computer e sicuramente non ha la benché minima idea che una volta i numeri si componevano girando un disco sul telefono, mentre adesso si pigiano dei tasti, reali o virtuali che siano. Ed è perfettamente normale guardarlo attraverso una videocamera: conosce questa modalità comunicativa dal primo giorno in cui mise il suo piedino a casa.

Per Elisa è assolutamente ordinaria amministrazione scrivere e disegnare su un foglio di carta così come lo è farlo sul mio iPad: per lei conta il contenuto, il disegno, e non il mezzo attraverso il quale esso viene prodotto.

Ancora è piccolina ma fra non molto sarà anche lei partecipe attiva della società e sicuramente farà parte anche lei dei social network. Ma mentre per noi adulti spesso i social network sono strumenti per riavvicinare vecchie conoscenze o per tessere reazioni di lavoro, per pubblicizzare un prodotto o per sposare delle cause, i giovani studenti si creano le loro comunità, il loro social network, che non sostituisce il Facebook di Zuckerberg ma lo affianca. In questo modo si possono realizzare collaborazioni, studiare insieme e a distanza, sperimentare, confrontarsi, dibattere.

In Danimarca, leggevo su una rivista specializzata su tecnologia Apple, hanno realizzato la prima scuola (pubblica!) nella quale non esistono più le aule e le classi come le abbiamo finora immaginate, con un tipo di docenza totalmente diverso da quello al quale siamo abituati.

Noi invece siamo ancora fermi al modello gentiliano dell’insegnamento, con programmi ministeriali talvolta un po’ datati, con tonnellate di libri di carta. Viviamo la tecnologia informatica come qualcosa di alieno a noi e non ci rendiamo invece conto che per i nostri bambini alcune cose fanno parte della loro vita, esattamente come i quaderni, i libri, le penne, le matite colorate, il normografo, il goniometro, il pallone, le barbie e le trottole lo facevano della vita nostra e dei nostri genitori.

La sfida che abbiamo davanti non è tanto quella di una crescita economica fine a se stessa ma anche quella di far sì che i nostri figli non rimangano indietro rispetto ai loro coetanei delle zone del pianeta più avanzate e più ricche.

E per fare questo l’unica strada è quella di investire nell’innovazione e nell’istruzione, rifiutando facili demagogie come lo scegliere fra tablet e aule (come si è letto a proposito di stanziamenti del ministro Profumo per le scuole del sud): in uno stato serio e che si rispetti la scuola avrebbe diritto ad avere gli uni e le altre.

 

Paleozoico Didattico

Tra i blog tecnologici che seguo, per tenermi aggiornato professionalmente e privatamente, vi è quello di Lucio Bragagnolo, uno dei primissimi autori su Mac e sulla Mela in generale, veramente interessante. Oggi riporta su questo post un bellissimo intervento di un docente sardo che racconta  la sua esperienza di commissario agli esami di maturità scientifica. Riporto per comodità stralci della lettera di questo professore:

Trovo il tempo di scriverti durante questi Esami di Stato ormai agli sgoccioli, per raccontarti una storia, una di quelle storie belle che nel nostro Paleozoico Didattico … esami orali … Una ragazza come tante, adolescente come tante, si siede, firma, inizia a parlare esponendo la sua tesina multimediale. Ebbè, come tutti. No. Lei tira fuori il suo iPad e mostra un lavoro preparato con iBooks Author. Mi lancia uno sguardo di complicità, vedendo che tenevo la mia insostituibile Cassiopea davanti a me (scribacchiavo su Pages) e inizia a spiegare cosa era iBooks Author. Tesina interessante, materiale ben assemblato, semplice nella sua struttura eppure davvero eccellente, e mi ha divertito vedere i colleghi “addetti ai lavori” cadere dalle nuvole davanti a questo contenuto. Non faccio commenti, l’episodio si commenta da solo. Ma ti avviso, io che nel mondo della scuola ci sto da ventuno anni: la strada è lunga. Quando ai ragazzi parli dell’iPad ti dicono che costa quanto un pc e i colleghi “illustri” storcono il naso.

Questo episodio, pur senza voler fare pubblicità all’iPad (per quello ci ha pensato già una corte inglese dando proprio torto alla Apple su una causa contro la casa coreana Samsung, asserendo che il tablet asiatico non fosse così cool come la tavoletta di Cupertino), la dice lunga su come noi in Italia concepiamo tutto ciò che è innovazione tecnologica. Che siamo un Paese molto conservatore non vi è dubbio e se ad esempio trovassimo un prete che anziché il messale adoperasse un tablet lo considereremmo il vezzo di un sacerdote sui generis (in effetti è un episodio realmente avvenuto a Medjugorie dove un gruppo di pellegrini italiani voleva ascoltare la messa in italiano e il messale l’ha fornito uno di loro su iPad).

In realtà le potenzialità della tavoletta, di qualunque marca aggiungo, proprio in ambito scolastico sono enormi e soltanto la cecità di una classe dirigente conservatrice non riesce a vederla.

Continuiamo a pensare, probabilmente anche per lo strapotere di alcune case editrici, che i libri di testo – come li abbiamo intesi finora – siano l’unica soluzione per produrre lo studio e la cultura. Non ci rendiamo conto, invece, che se si utilizzassero meglio questo tipo di strumenti e si facilitasse l’accesso agli studenti a questo nuovo tipo di fruizione dell’editoria scolastica, l’investimento che si sosterrebbe avrebbe con un ritorno enorme, altro che lavagne multimediali. Perché sarebbe attivo ed interattivo, a differenza della lavagna che rimane invece uno strumento passivo per gli allievi, in una logica broadcasting della cultura e dell’insegnamento. Sostituire la lavagna di ardesia con una multimediale non cambia il contenuto: quando ero all’università alcuni docenti preferivano il gesso mentre altri i lucidi (o le trasparenze come diceva un professore con il vezzo dell’anticonformismo). Ma la sostanza non cambiava. L’obiezione che ci si può sentire rivolgere è che i ragazzi – senza usare la penna – non sarebbero più in grado di scrivere in bella calligrafia (questa obiezione l’ho ascoltata da un ragazzo di quattordici anni, questo per dire che la conservazione non è affatto un problema anagrafico). Ora senza avere competenze grafologiche mi sembra però assurdo che un’obiezione del genere ci possa essere alle scuole superiori: infatti come si scrive (a mano intendo) lo si dovrebbe imparare alla scuola elementare e talvolta anche in quella dell’infanzia (ho scoperto alla fine di quest’anno scolastico appena concluso che mia figlia – tre anni – ha saputo scrivere il suo nome su un disegno, a mo’ di firma) e quando si arriva alle scuole medie (inferiori) la capacità e la qualità della scrittura dovrebbe essere già completa.

Tornando al discorso principale di questa mia riflessione comprendo benissimo che in un’epoca di ristrettezze economiche si debba fare la lotta agli sprechi, ma c’è un settore – secondo me più importante di qualunque altro dove gli sprechi da tagliare sono veramente esigui  - che andrebbe preservato continuando ad investire e questo settore è l’Istruzione. Gli investimenti nella scuola infatti, pur non avendo un ritorno tangibile (immediato) in termini di PIL,  porterebbero però la società italiana a poter competere realmente con il resto del mondo. Perché possiamo sbraitare quanto vogliamo contro l’euro, la finanza internazionale, le banche, i complotti, i governi tecnici, le Fornero, i Monti e compagnia bella. Possiamo anche pensare di tornare alla nostra lira, svalutare e quindi esportare di più prodotti italiani per dare ossigeno (falso e tossico, a mio parere) alle imprese ma se non si migliora la qualità dei prodotti e dei servizi che intendiamo esportare e realizzare, la svalutazione è soltanto lo specchietto per le allodole affinché si vincano facilmente le elezioni (il populismo vive di nemici costruiti ad arte per foraggiarsi con le paure della gente) e si continui a vivere così come abbiamo sempre fatto, lamentandoci ovviamente perché nulla cambia, perché tanto sono tutti uguali.

Naturalmente affinché si facciano investimenti pubblici in ambito scolastico bisognerebbe avere una certa visione del mondo, dove la tecnologia non è un nemico da combattere bensì semplicemente lo strumento aggiornato affinché la società evolva (d’altronde questo è il progresso, uno strumento per l’evoluzione della società). L’isolazionismo non ha mai portato da nessuna parte e fino a quando la scuola, come la società itaiana in generale, non uscirà dall’Apartheid nel quale si è confinata, il nostro Paese potrà fare tutti i sacrifici di questo mondo, potrà continuare a dividersi fra una destra ancora troppo populista e una sinistra purtroppo troppo conservatrice, ma non potrà mai competere con i Paesi più avanzati (quelli che investono in idee e non soltanto in beni e centri commerciali) riducendosi sempre di più nel peso complessivo nel mondo.

Bisognerebbe uscire quindi dalla visione tolemaica del nostro mondo, ultimo retaggio di un medioevo che è evidentemente parte fondante del nostro Paese e del nostro modo di vivere, e rendersi conto che il mondo continua a girare a prescidere da noi e che va avanti.

Senza aspettarci.

p.s. Mi piacerebbe sapere se nel quartiere generale coreano siano soddisfatti della sentenza della corte britannica che ha respinto il ricorso di Samsung contro Apple che intendeva vietare la vendita del Samsung Galaxi Tab sul territorio del Regno Unito. Se da un lato a Seoul saranno contenti che potranno vendere la loro tavoletta non credo sia stato così stimolante ricevere una sentenza favorevole in cui si dice che quel prodotto lì non è affatto copiato dall’iPad perché quest’ultimo è molto più figo … 

Cento giorni di iPad

Oggi sono cento giorni che ho un nuovo compagno di viaggio:  l’iPad.

Forse non è trascorso abbastanza tempo ma sicuramente è già sufficiente per farsi un’idea e rispondere alla domanda che tutti ci facemmo, nel gennaio 2010, quando Steve Jobs presentò al mondo: che cosa è e a cosa serve il tablet? Non voglio qui fare l’apologia della Mela anche perché è abbastanza scontata da parte mia, essendo – come dice un mio amico – Apple addicted.

Sicuramente il fermento tecnologico portato dai tablet, dalle App e dai servizi cloud stanno rivoluzionando il nostro modo di concepire e di usufruire della tecnologia.  Quando venne presentato il primo iPad moltissimi furono scettici e pensarono che Jobs quella volta avesse fallito. I numeri hanno dato ragione a Cupertino e continuano a fornire una chiave interpretativo della nuova domanda di informazione e tecnologia che il mercato chiede.

Ovviamente possedendo molti oggetti della Apple per me è stato relativamente facile integrare la tavoletta nel mio flusso di lavoro: quello che non immaginavo però è che ha sostituito quasi del tutto la mia interazione con il computer.

Innanzi tutto il nuovo iPad è incredibilmente veloce e il suo processore  e il suo giga di RAM si fanno sentire tutti. Poi naturalmente lo schermo, il famosissimo Retina Display, è semplicemente pazzesco: se Jobs presentò la prima tavoletta Apple come uno strumento per una nuova web experience, la facilità e la piacevolezza di navigare, leggere le e-mail, consultare i calendari, le principali proprie App sulla tavoletta (e con quella velocità) sono semplicemente spettacolari. Di fatto quando devo cercare qualcosa su internet o quando devo leggere le mail, o consultare facebook, il mio iMac non lo adopero più. Così come l’entertainment: avere sulla propria tavoletta tutte le TV che si vogliono, film, le applicazioni dedicate di RAI e SKY, i principali TG, rende il lavoro molto più piacevole. E quando la tavoletta non si può tenere in mano per via degli spazi (cioè sugli intasatissimi bus all’ora del rientro) l’iPhone ti viene in aiuto  ( il melafonino è  tornato per me ad essere praticamente soltanto un telefono, con qualche funzione in più, tipo twitter o la ricerca dei bus romani, i client VOIP, le mail, il meteo e la navigazione, poiché mi sembra ridicolo installarsi l’iPad sul cruscotto della macchina per farti indicare la strada …).

Leggere un quotidiano o un libro sulla tavoletta  è fantastico: la sincronizzazione di note e segnalibri delle principali applicazioni, iBooks e Kindle, tanto per citare i più famosi, facilitano il compito della lettura.

Il numero di applicazioni presenti sui vari store è veramente enorme e anche se Apple è predominante in questo mercato anche chi ha tavolette basate su Android, l’OS mobile di Google, ha l’imbarazzo della scelta.

Dunque la domanda: sostituisce veramente il PC? E il telefonino? Più semplice secondo me rispondere alla seconda: non credo proprio. Ci sono troppe occasioni per cui è più probabile che una persona si trovi con il suo telefono nella giacca piuttosto che con in mano il suo tablet. E a parte le donne che hanno sempre le borse da Mary Poppins, noi maschietti è difficile che andiamo in giro con borselli stile anni ’70, tranne Formigoni come testimoniato dalle foto di Antigua nella vacanza pagata a conguaglio!

Alla prima domanda è veramente più difficile rispondere: forse “dipende” è la risposta esatta. Da cosa?  Dal tipo di lavoro e forse dal tipo di formazione che si è ricevuto. Voglio dire ciascuno di noi è informaticamente figlio del 1984, del primo Macintosh, quello che presentò il mouse come strumento di puntamento sullo schermo, mantenendo un legame fisico tra braccio/mano ed occhi. Siamo inoltre figli delle cartelle, dei programmi che si installano in modo misterioso e soprattutto che si disinstallano in modo disastroso!

Siamo delle persone analogiche convertite al digitale e dobbiamo fare una mediazione, anche se inconsapevole talvolta, tra quello che vediamo e quello che conosciamo dal manuale di istruzione. Prendiamo invece un bambino di tre/quattro anni (il riferimento ovviamente è tutt’altro che casuale avendo una figlia ed una nipotina di questa età che si cimentano entrambe con l’iPad dei rispettivi genitori). Per loro la tecnologia è quella lì, per loro è normale che un libro elettronico si sfogli girando con un dito la pagina. Si stupirebbero ad esempio se leggessero lo stesso file pdf  in un lettore nel quale invece la pagina si lascia scorrere verso il basso. Lo troverebbero assurdo. Questo è soltanto uno dei mille esempi che vede la nostra analogica generazione alla prese con una mutazione genetica della tecnologia. Il computer come lo conosciamo, come l’abbiamo amato ed odiato, sul quale abbiamo studiato non esiste più: ormai è altro. Tornando alla domanda sono certo che se tre anni fa, quando il PC di mia moglie cominciò a dare problemi, ci fosse stato l’iPad probabilmente avremmo preso il tablet, anziché il netbook, perché per consultare internet, e-mail, online banking, entertainment il tablet ha ucciso il netbook, non c’è partita.

Forse un discorso diverso riguarda i notebook di fascia alta, cioè quelli riservati ad una certa schiera di professionisti, grafici innanzi tutto, che hanno esigenze diverse. Sicuramente il tablet può essere per loro uno strumento complementare, delegando alla tavoletta tutto ciò che è business support, lasciando il notebook di fascia alta o il desktop (che forse sarebbe meglio in certi casi), ai compiti di creatività e di grafica spinta.

Veniamo ad esaminare le principali obiezioni alle tavolette: i programmi di office automation. Queste obiezioni spesso mi sembrano dei riflessi condizionati, come quando si diceva che per il Mac non c’erano programmi, non volendo vedere che in realtà le applicazioni per l’OS di Cupertino non solo vi erano ma costavano molto di meno di analoghe di Windows, confondendo l’enorme mercato parallelo di programmi piratati che gira attorno al sistema operativo Microsoft. In realtà di App per Office Automation ce ne sono veramente tantissime e alcune, con una modica spesa di nemmeno 15-20 euro, sono completissime, leggono e scrivono formati compatibili con la suite di riferimento che è sempre Microsoft Office. Poi da un po’ di tempo sono nate altre piattaforme, basate sul cloud computing, che stanno remotizzando e virtualizzando il sistema operativo e quindi le applicazioni. Da Onlive Desktop alla più recente Nivio, passando per CloudOn esistono praticamente delle App che ti consentono di avere su iPad anche un desktop Microsoft.

Forse questo ci aiuta a capire come mai la casa fondata da Bill Gates sia scesa in campo con Surface, la tavoletta interamente prodotta da Redmond, sconfessando decenni di piani industriali che vedevano Microsoft concentrata maggiormente sul software (e quindi sulla vendita di licenze) e non sull’hardware.

Certo per chi è melanomane come il sottoscritto mi fa sorridere, perché mille volte era stato schernito Steve Jobs per la sua ossessione maniacale al prodotto e al design, relegando il software non in secondo piano, ma come una parte del prodotto finito.

Probabilmente a Redmond hanno capito che il business delle licenze è destinato a tramontare e quindi è meglio concentrarsi su nuovi prodotti e nuovi servizi.

E veniamo alle principali opposizioni ad iPad e ai tablet in generale. La prima grande obiezione è la capacità di memorizzazione: giusto tutto sommato, con la visione del secolo scorso che si misurava in GB di hard disk. Il mio iPad ha solo 16 GB e a stento contiene tre/quattro film in HD, utili per meno di un terzo di un viaggio aereo intercontinenantale.

Il punto è che la capacità di memorizzazione è ormai aumentata dalla presenza di cloud service sempre più diffusa, spostando il tema dalla capienza dei dischi rigidi alla sicurezza delle informazioni contenute nei data center.  Sto testando ultimamente moltissimi servizi di cloud storage e cloud desktop e posso dire che il problema dell’archiviazione è – almeno per me – superato, in termini di capienza, ma che rimane ovviamente nella sua interezza per ciò che concerne la sicurezza dei dati.

Ma la principale opposizione al tablet di Apple è invece relativa al sistema chiuso, al mancato accesso al file system e quindi al fatto che si possono installare soltanto le applicazioni presenti sull’App Store, quindi autorizzate a monte dalla stessa Mela: naturalmente per chi voglia sbloccare il dispositivo ciò è possibile, come sancito anche dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, però al prezzo (c’è sempre un prezzo) che la garanzia viene invalidata.

Ora naturalmente per molti, specialmente per i maniaci del complottismo, avere un oggetto sul quale non hai il controllo totale fa paura: io trovo invece molto comodo il fatto che non debba preoccuparmi di installare, disinstallare, controllare il SW. Passare da iTunes per me non è un problema, anzi trovo comodo il fatto che adopero alcune applicazioni per fare determinate cose, diciamo che sono anche più ordinato nella gestione quotidiana del lavoro. Il mondo delle App ha limitato la libertà del web o forse ha solo reso la rete un po’ più ordinata.

Comprendo quindi le obiezioni di chi vuole gli iDevice jailbroken ma non ne condivido le obiezioni, a meno che si vogliano costruire da sé delle applicazioni così speciali e così private che l’App Store di Apple è limitativo. Per il resto mi sembrano obiezioni di poco conto: ancora devo trovare l’applicazione che proprio manca tra le 700 mila. E se è vero che Microsoft è pronta a rilasciare una propria versione di Microsoft Office per iPad, dopo che anche Adobe si è convertita all’App Store, che altro manca?

Diverso il discorso per chi volesse installare applicazioni a pagamento piratate: qui il discorso però ricade su un tema che già trattai qualche tempo fa e cioè il fatto che per il SW, così come a suo tempo per la musica, non concepiamo il fatto che un prodotto, sia esso una App o un brano musicale, sia frutto del lavoro di qualcuno e come tale, quel lavoro, va remunerato. Certo il mercato si basa proprio sulla capacità di spesa per un certo prodotto da parte del consumatore e di fatti il costo a meno di un euro, o di un dollaro in US, di una canzone fu una scommessa che Jobs vinse contro tutte le Majors che invece volevano un prezzo più alto.

Quello che sta accadendo con le App è di fatto lo stesso e accadrebbe lo stesso con i libri se le varie case editrici non capissero che venderebbero molti più libri legalmente se gli e-book costassero molto di meno.

Infine l’ultima obiezione: la tastiera. Ad essere sinceri se uno scrive moltissimo la tastiera software è certamente limitativa, ma proprio per questo sono nate tantissime soluzioni wireless che consentono di avere una keyboard senza fili che trasformano l’iPad in uno strumento di produttività eccezionale.

Sono molto soddisfatto di questo nuovo arrivato (e sono grato a mio papà che me lo ha regalato per i miei quaranta anni) e sono assolutamente d’accordo con il fatto che fra qualche anno forse anche i notebook spariranno dalle nostre scrivanie, lasciando i produttori di computer a costruire solo macchine per attività specifiche e di fascia alta, con la battaglia che si trasferirà nella qualità di prodotti e servizi che verranno realizzati, nella sicurezza della conservazione dei dati, nella User Interface e nella User Experience. Quanto più saranno belli e facili da usare, tanto più i tablet andranno a ruba e forse anche negli uffici spariranno cavi e cavetti per far posto a strumenti operativi grandi come un libro.

Disconnessione

In attesa di trascorrere quattro giorni nel bel mezzo della nostra Penisola, che nonostante tutto continuo a pensare sia un paese bellissimo, ho deciso di fare anche io un esperimento alla Beppe Severgnini: stacco la spina dalla rete e anche dalla TV. Ho messo sul mio iPad tutta una serie di riviste di viaggi, case, sogni in maniera tale da non sentire – per quei quattro giorni – nemmeno il desiderio di accendere la TV per guardare il telegiornale, al massimo qualche cartone animato insieme a mia figlia.

Non leggerò e-mail, né social network, né twitter né tanto meno il web.

Voglio riassaporare cosa significhi vivere in campagna senza essere connesso con il mondo intero, senza l’ossessione compulsiva della generazione digitale di alzarsi la mattina e guardare il telefonino o il tablet, per leggere se il mondo è cambiato, la crisi è terminata o una nuova guerra è iniziata.

Nei prossimi giorni voglio di nuovo guardare il cielo e provare ad indovinare se piova o meno, senza guardare una app sull’iphone per decidere se indossare o meno un cappottino (sì lo so siamo avvantaggiati per il fatto che le previsioni parlano di un’ondata di caldo africano!). Voglio riassaporare – per quattro giorni – il piacere della lettura (che la rivista o il libro siano digitali poco importa, ne trae beneficio la schiena!) di svago e non quella impegnata.

Voglio cominciare finalmente a scrivere le cose che ho in mente da tanto tempo, senza la distrazione di internet e delle chat: perché il mondo iper-connesso nel quale viviamo avrà portato tantissimi benefici in termini di tempo, risorse e conoscenza ma di contro ci ha immerso in una sorta di realtà virtuale nella quale siamo come ossessionati di dover postare, twittare, condividere le proprie emozioni e il proprio umore.

Quattro giorni sono pochi e sono un esperimento pilota: se andrà bene mi sa che lo ripeterò più spesso …

Buon Primo Maggio!

Se la mela avanza nelle aziende

Spesso mi trovo a discutere con alcuni amici a cosa possano servire i tablet (e l’iPad in particolare) nel mercato business: quando Steve Jobs presentò la sua nuova creatura, inventando di fatto un mercato, pochi pensavano che quella tavoletta avrebbe rivoluzionato il mercato dell’informatica. Le obiezioni che sorsero furono relative al fatto che non era un PC, non era un telefono ma era qualcos’altro. Moltissimi lo vedevano come oggettino di culto ma solo per i consumatori e pochi, pochissimi, stavano comprendendo le potenzialità di uno strumento come quello lì.

Sono passati due anni e leggo su Bloomberg questo articolo: a Cupertino del mercato enterprise non gliene è mai fregato molto, quando si parlava di Mac. Basta riascoltarsi su youtube l’intervista a Steve Jobs di Walt Mossberg nel 2010 per capire come lo scomparso CEO di Apple non amava molto penetrare il mercato delle aziende, quanto piuttosto consumerizing questo mercato.

Adesso è evidente invece che le cose stanno cambiando: d’altronde quando si vendono milioni di dispositivi sui quali funziona iOS, ci sono le App e questa cosa ha trascinato tutti gli altri a confrontarsi (e a volte a copiarsi) diventa normale che anche nelle aziende si vogliano certi prodotti. Se Microsoft dovesse rilasciare una versione Office per iOS (cosa della quale si vocifera sempre più spesso) assisteremo nei prossimi anni alla vera fine del PC, che rimarrà indispensabile per alcuni (pochi, me compreso come fotografo) e sarà sostituito da tavolette sempre più evolute, veloci ma – paradossalmente – molto meno aperte di quanto sia adesso il web.

Si è arrivati dopo l’esplosione di internet e dopo l’atomizzazione delle informazioni alla necesssità di avere delle applicazioni che facciano una scrematura di ciò che ci serve.

In tutto questo la lezione che possiamo trarre da Apple è la solita: se si investe in innovazione e si fa i pionieri in certi campi allora il vantaggio che ne trai è enorme. Sei sempre davanti agli altri, fai il capofila e quindi godi di vantaggi indiscussi, facendo tantissimi soldi: perché a prescindere dalle retoriche sul software libero, la rete gratis ed altre sciocchezze simili tutte queste aziende sono società a scopo di lucro, non organizzazioni benefiche.

p.s. mi fanno sorridere moltissimo quei blogger (uno su tutti gettonatissimo in Italia) che continua a diffondere la menzogna della rete gratuita. In questo mondo gratis non c’è nulla e anche se avessimo libero accesso alla rete, senza pagare nulla ai provider, in realtà ci sarebbe sicuramente chi questa rete l’ha costruita. E se la si fa con i soldi pubblici, come molti sostengono e propongono, non significa che è gratis, ma che la paghiamo tutti come contribuenti, anche per chi le tasse non le paga.

Riccardo Corbucci

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Candidata del Partito Democratico al consiglio del III (ex IV) Municipio di Roma alle elezioni del 26 e 27 maggio

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