Software libero (per gli altri)

Su quella che per i prossimi anni sarà la virtuale Piazza San Pietro della nuova Chiesa Universale a Cinque Stelle, è apparsa questa intervista a Richard Stallman, uno dei principali, sicuramente il più conosciuto, esponente del movimento per il software libero.

Salì agli onori della cronaca mondiale il giorno dopo la morte di Steve Jobs quando sul suo sito postò un commento molto violento e quasi di soddisfazione per la scomparsa del fondatore di Apple, chiudendo alla fine con un “Possiamo solo sperare che i suoi successori, nel proseguirne l’eredità, siano meno efficaci“, augurandosi cioè che chi fosse venuto dopo Steve non fosse così bravo nel suo mestiere e liberasse il mondo del software dal cappio della Mela.

Che c’azzecca starete dicendo voi?

Nulla di particolare, se non fosse che in ogni comizio e in ogni intervista televisiva Beppe Grillo non si mostri con un iPad per seguire la scaletta e con un iPhone bianco! E che anche ieri smartphone e tablet della mela assolutamente fossero prevalenti durante la Congregazione Generale dei Cardinali Pentastellati.

 

Conti che non mi tornano

Confesso che la polemica scambiata con il mio amico catanese, su Apple e dintorni, mi ha suscitato qualche spunto di riflessione.

Allora vediamo di aver capito bene quali sono i  reati che possiamo contestare a Steve Jobs e ai suoi pirati.

Nei primi anni ’80 hanno rubato l’idea a Xerox che per prima stava sperimentando il sistema operativo a finestre, producendo quindi il primo Macintosh.

Nel 2001 Jobs ha anche spudoratamente rubato l’idea di mettere della musica su un dispositivo mobile, l’iPod, cosa che tranquillamente si poteva già fare con i lettori mp3 dell’epoca. Poi che già vi erano hanno messo su iTunes Store, ma già i negozi che vendevano mp3 attraverso download erano stati inventati. Quindi anche qui un mezzo furto!

Nel 2007 fu presentato il primo iPhone, ma uno schermo con una fotocamera già c’era da tempo e lo produceva la Nokia. E poi non era neanche tanto migliore dei telefonini evoluti dell’epoca, tipo il mitico Nokia Communicator o i vari BlackBerry (Pearl su tutti).

Nel 2010 venne presentato iPad ma già da tempo esistevano i Tablet PC, come quelli di Palm azienda purtroppo ormai scomparsa del tutto. E anche qualche anno prima avevano fatto l’esordio dei PC con lo schermo reversibile a tavoletta che purtroppo non funzionavano molto bene in termini di riconoscimento della scrittura (ne provai personalmente uno HP).

I conti però non mi tornano: o Steve e i suoi andavano messi in galera oppure gli altri sono proprio fessi.

Cioè che pensavano di fare a Palo Alto, nei laboratori di Xerox, con quella straordinaria invenzione? Guardarsela tra loro? Chi si legge la biografia scritta da Isaacson sa che le cose andarono diversamente. Xerox aveva il proprio HQ sull’altra costa e a quei ragazzi dei Labs mancava una guida in grado di comprendere la portata storica del loro lavoro, forse ritenendo anche loro che il futuro fosse sempre e comunque nelle loro fotocopiatrici! Ottima visione del futuro, non c’è che dire! Non degli informatici, ma dei manager.

Quando venne presentato iPod e iTunes le case discografiche erano così tanto con l’acqua alla gola che implorarono Jobs di fare un accordo e accettarono anche la bestemmia (per quei tempi!) di vendere brani a 99 centesimi di dollaro. E singolarmente!

All’epoca tra le majors vi era una certa Sony, la cui divisione musicale non si parlava minimamente con la sorellina che faceva prodotti elettronici. Il risultato fu che l’azienda che aveva inventato il walkman e che quindi poteva contare su un vantaggio di posizione enorme perdette la partita sulla musica digitale proprio contro un’azienda che faceva solo computer e che cambio proprio per questo il suo stesso nome, da Apple Computer Inc. a semplicemente Apple Inc.

Anche qui se il Capitano Uncino di Cupertino doveva essere imprigionato per aver rubato l’idea del lettore e per aver sfruttato la fine di Napster (nonostante avesse proprio rischiato di perdere questa idea!), che fine avrebbero dovuto fare i dirigenti della Sony?

Sull’iPhone il discorso è più facile: semplicemente i telefonini fino all’iPhone, compresi quelli più cool dell’epoca della Nokia o di BlackBerry, erano ottimi telefoni, smartphone come si cominciava a dire. Ma l’iPhone era semplicemente bello e completamente diverso. Ricordo come se fosse ieri stuoli di commentatori stroncarlo per il solo fatto che non avesse la tastiera fisica! Se qualcuno adesso mi trova uno smartphone di livello con tastiera fisica gli faccio un monumento! “Ha solo il 2.5G”, si diceva in Italia. Peccato che in USA, all’epoca, il 3G non era molto diffuso e quindi non aveva certo senso immettere sul mercato un qualcosa che non avrebbe dialogato con la rete come avrebbe dovuto …

Poi venne l’iPad. Ah già, i tablet già erano stati inventati eppure non li avevamo capiti!

Vedo solo io che i conti non tornano e che c’è una forte incongruenza fra chi sostiene che Apple ruba e vince solo grazie al marketing e i numeri che inchiodano invece a precise responsabilità i competitor principali che nemmeno avevano capito le potenzialità di un certo mercato (citofonare Bill Gates che si sta mangiando ancora le mani dopo aver stroncato l’idea dell’iPad!)?

Quando parlo di immaturità dell’industria informatica, cioè del settore SW, intendo proprio questo: guardare con gli occhi dei tifosi ciò che accade. O meglio con gli occhi dei tifosi all’italiana, poiché da noi i tifosi non sono supporter della propria squadra, bensì oppositore della squadra avversaria!

Così come noi siamo non tifosi del Catania ma oppositori del Palermo oppure oppositori della Lazio e non tifosi della Roma (e potrei continuare all’infinito considerando quante rivalità calcistiche e non ci sono in Italia); così come siamo pronti a perdere le elezioni perché il candidato prescelto dalla nostra parte politica ci sta sulle balle e quindi magari non andiamo a votare, favorendo anche inconsapevolmente colui che vince (ogni riferimento all’elezione capitolina del 2008 è fermamente voluto!)  così anche nell’industria informatica ci dividiamo nelle diverse fedi, fra Microsoft (magari derisa in Microzoz o Winzoz, per dire che è una sozzeria) a Apple, fra Mac e Linux, fra free e open. Insomma l’industria informatica soffre della stessa sindrome della sinistra (mondiale) capace soltanto di dividersi perché c’è sempre qualcuno che è più a sinistra di te!

E poi ci chiediamo perché il 6 novembre Mitt Romney potrà diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti …

 

A Occhi (semi) Chiusi – Settima Giornata

Questa volta ho visto una partita e mezza della settima giornata di campionato. Ho cominciato domenica pomeriggio guardando un po’ di Catania – Parma in streaming e in spagnolo su iPad, dal canale ESPN. La seleccion argentina in maglia rossazzurra ha giocato benino e si è fatta perdonare il disastro della settimana scorsa.

L’altra partita che ho visto è stata il derby della Madonnina insieme a mio cognato: mai vista partita di questo livello così brutta e due squadre così scandalosamente scarse per il blasone che portano!

Se almeno in casa Moratti possono brindare alla vittoria nella stracittadina, a via Turati farebbero bene a interrogarsi se forse non sarebbe meglio – per la squadra rossonera – che il tempo che molti giocatori dedicano dal parrucchiere, per farsi realizzare delle creste a metà fra Cavallo Pazzo e il Gallo del Pulcino Pio, fosse dedicato ad allenamenti e a tattica.

Il portiere del Milan Abbiati aveva dichiarato – un po’ troppo impunemente dopo la vittoria a San Pietroburgo – che avevano l’occasione di aprire un ciclo … forse intendeva  qualcos’altro, visto come ha giocato ieri.

La Juventus si salva sul finale grazie a Marchisio e rimane in vetta alla classifica insieme al Napoli: dopo lo scontone della squalifica ad Antonio Conte la speranza è che a dicembre la Vecchia Signora arrivi sempre in testa alla classifica, così quando tornerà il parrucchino salentino in panchina almeno non ci sorbiremo i piagnistei di Andrea Agnelli & co.

Grande e fortunato Napoli: con Hamsik che mentre cade segna chi fermerà i pronipoti di Diego Armando Maradona? Certo che giovedì sera in Olanda però ….

Mentre il Toro perde in casa con il Cagliari, la Roma ritorna a vincere e lo fa con un assist di Totti delizioso. Nel frattempo il presidente americano Pallotta comunica che il Piano Industriale della società prevede lo scudetto in cinque anni …. Qualcuno spieghi a Pallotta che altri cinque anni così a Roma e bruceranno Trigoria!

Per il resto la giornata ha visto ancora un punto del Palermo (e sono tre dopo che il traditore Lo Monaco ha attraversato il confine di Enna!), il Chievo ha fermato la Samp di Ferrara e la Fiorentina di Vincenzino Montella continua a vincere grazie a Jovetic. La Lazio passa invece a Pescara che comunque mantiene gli stessi punti del Milan!

Ma il fine settimana calcistico ha vissuto il suo momento più importante a parecchi chilometri dall’Italia, al Camp Nou di Barcellona, dove si è tenuto il Superclasico fra Barcellona e Real Madrid.

In un clima straordinario, con uno stadio stracolmo che reclamava l’indipendenza della Catalogna, si è assistito ad uno spettacolo di pubblico che nei nostri stadi semplicemente ci sogniamo.

Penso che questo momento storico sarebbe l’ideale per costruire un vero e proprio campionato europeo per club, una sorta di NBA della Uefa, e lasciare ai campionati nazionali le squadre che ora sono soltanto comprimarie. Se ne ricaverebbe un bel prodotto televisivo e se gli stadi sono come quello di Barcellona o come quegli inglesi anche il pubblico sarebbe invogliato ad andare.

Da noi invece si continua a preferire il tifo da poltrona e come dare torto a quei tifosi che non trovano molto salutare recarsi in mezzo a migliaia di scalmanati?

Conservatorismi

Stavo chiacchierando con alcune persone sul fatto che si stanno diffondendo sempre più tablet e che c’è una certa attesa per Surface, la sfida di Microsoft al dominio Apple nel settore.

In questo modo, affermava una persona, sarà come avere un vero PC, dato che si potrà avere anche la suite di Office.

Ora naturalmente non potevo lì fare un self marketing di questo blog indirizzando tale persona a leggersi il mio post del 7 luglio scorso. Rimango però sempre sorpreso di come molte persone continuino a pensare che Microsoft Office sia l’unica suite office presente sul mercato.

Ora anche senza scomodare la suite iWork di Apple, che sto scoprendo essere fantastica su iPad, mi chiedo se tutta questa gente si renda ormai conto che il modello di business offerto da Office, nato negli anni Novanta, sia ormai destinato a scomparire per sempre.

E lo è innanzi tutto perché già oggi con un normale browser puoi lavorare sulle stesse Web App di Microsoft (provare per credere sulla piattaforma live.com) anche su iPad. Poi ci sono tutte le soluzioni cloud-based a partire da CloudOn per arrivare a OnLive Desktop. Oppure tutte le App quali Documents-to-Go e simili, applicazioni che gestiscono in maniera più che eccellente tutti i file della suite di Microsoft.

Infine se ciò non dovesse bastare ecco che i rumors su una suite per la tavoletta di Apple si fanno sempre più pressanti: hai visto mai che forse a Redmond hanno capito che fare business solo con le licenze non è tanto redditizio?

Il mio meleto

Stamattina ho partecipato ad una delle solite riunioni che servono a giustificare, nel XXI secolo, come il telelavoro non sia applicabile perché riduce le relazioni umanerende alienati i lavoratori e tutte quelle altre corbellerie (o meglio minchiate!) che i sindacalisti di professione sono soliti diffondere ai quattro venti, soprattutto nel timore di perdere il loro potere negoziale e di rappresentanza!

Sono andato in riunione armato soltanto del mio cellulare aziendale e del mio iPhone. Ho preso appunti sull’applicazione di default del sistema operativo di Cupertino Note (Notes per gli anglofili!), senza nemmeno scomodare Evernote che è la mia applicazione preferita per gestire tutto, appunti, promemoria e liste, in maniera più strutturata, poiché trovo il blocchetto virtuale degli appunti di Apple non solo semplice ma anche bello da vedere e da toccare.

Naturalmente grazie ad iCloud i miei appunti si sincronizzavano – man mano che li scrivevo – sull’iPad, rimasto sulla scrivania, e sul mio iMac (a casa), mentre non appena sarà disponibile l’ultimo aggiornamento di iCloud, via web potranno leggersi ed editarsi anche attraverso qualunque browser (attualmente sono integrate nella casella di posta @me.com).

Dunque questi appunti sono immediatamente disponibili per una loro modifica successiva su qualunque dispositivo, per una loro condivisione immediata via mail o per renderli disponibili ad applicazioni terze per documenti di testo, fogli di calcolo e via dicendo, senza una flash pen, un hard disk e in definitiva un PC.

Inutile sottolineare come quella riunione si sarebbe potuta fare via skype, via google hangout, via facetime, via msn messenger, via webex, via vidyo ….. insomma avremmo potuto vederci, parlarci e condividere tutti i nostri appunti tranquillamente seduti alle nostre scrivanie, sui nostri divani, sulle poltrone del nostro bar preferito o sui lettini in riva al mare.

Mentre scrivevo i miei appunti pensavo a quanto spreco di tempo, energie e risorse continuiamo a perpetrare con certi schemi mentali da Novecento e non ci rendiamo conto che non solo aumenterebbe il PIL ma anche il GNH (Gross National Happiness, una sorta di indice di felicità) se soltanto sfruttassimo tutte le nuove tecnologie a disposizione in maniera più matura e meno idiota.

p.s. stasera Apple presenterà il nuovo iPhone e su tutti i giornali di oggi si parla di come questo possa portare un aumento dello 0,5 % del PIL degli interi Stati Uniti. Ora io non so se ciò sia corrispondente a vero oppure è un po’ una mistificazione e una marchettona per Tim Cook: so solo che nessuna altra casa produttrice di alcunché al mondo produce un’aspettativa tale come quella che Apple continua a produrre, nonostante da quasi un anno non abbia più al comando il compianto Steve Jobs. Noi che in Italia siamo in una recessione pazzesca (si parla anche di 4 punti percentuali, secondo alcune analisi) immaginiamo cosa potesse significare se avessimo noi in Italia un’azienda e un brand capace di far muovere mezzo punto di PIL.

Paleozoico Didattico

Tra i blog tecnologici che seguo, per tenermi aggiornato professionalmente e privatamente, vi è quello di Lucio Bragagnolo, uno dei primissimi autori su Mac e sulla Mela in generale, veramente interessante. Oggi riporta su questo post un bellissimo intervento di un docente sardo che racconta  la sua esperienza di commissario agli esami di maturità scientifica. Riporto per comodità stralci della lettera di questo professore:

Trovo il tempo di scriverti durante questi Esami di Stato ormai agli sgoccioli, per raccontarti una storia, una di quelle storie belle che nel nostro Paleozoico Didattico … esami orali … Una ragazza come tante, adolescente come tante, si siede, firma, inizia a parlare esponendo la sua tesina multimediale. Ebbè, come tutti. No. Lei tira fuori il suo iPad e mostra un lavoro preparato con iBooks Author. Mi lancia uno sguardo di complicità, vedendo che tenevo la mia insostituibile Cassiopea davanti a me (scribacchiavo su Pages) e inizia a spiegare cosa era iBooks Author. Tesina interessante, materiale ben assemblato, semplice nella sua struttura eppure davvero eccellente, e mi ha divertito vedere i colleghi “addetti ai lavori” cadere dalle nuvole davanti a questo contenuto. Non faccio commenti, l’episodio si commenta da solo. Ma ti avviso, io che nel mondo della scuola ci sto da ventuno anni: la strada è lunga. Quando ai ragazzi parli dell’iPad ti dicono che costa quanto un pc e i colleghi “illustri” storcono il naso.

Questo episodio, pur senza voler fare pubblicità all’iPad (per quello ci ha pensato già una corte inglese dando proprio torto alla Apple su una causa contro la casa coreana Samsung, asserendo che il tablet asiatico non fosse così cool come la tavoletta di Cupertino), la dice lunga su come noi in Italia concepiamo tutto ciò che è innovazione tecnologica. Che siamo un Paese molto conservatore non vi è dubbio e se ad esempio trovassimo un prete che anziché il messale adoperasse un tablet lo considereremmo il vezzo di un sacerdote sui generis (in effetti è un episodio realmente avvenuto a Medjugorie dove un gruppo di pellegrini italiani voleva ascoltare la messa in italiano e il messale l’ha fornito uno di loro su iPad).

In realtà le potenzialità della tavoletta, di qualunque marca aggiungo, proprio in ambito scolastico sono enormi e soltanto la cecità di una classe dirigente conservatrice non riesce a vederla.

Continuiamo a pensare, probabilmente anche per lo strapotere di alcune case editrici, che i libri di testo – come li abbiamo intesi finora – siano l’unica soluzione per produrre lo studio e la cultura. Non ci rendiamo conto, invece, che se si utilizzassero meglio questo tipo di strumenti e si facilitasse l’accesso agli studenti a questo nuovo tipo di fruizione dell’editoria scolastica, l’investimento che si sosterrebbe avrebbe con un ritorno enorme, altro che lavagne multimediali. Perché sarebbe attivo ed interattivo, a differenza della lavagna che rimane invece uno strumento passivo per gli allievi, in una logica broadcasting della cultura e dell’insegnamento. Sostituire la lavagna di ardesia con una multimediale non cambia il contenuto: quando ero all’università alcuni docenti preferivano il gesso mentre altri i lucidi (o le trasparenze come diceva un professore con il vezzo dell’anticonformismo). Ma la sostanza non cambiava. L’obiezione che ci si può sentire rivolgere è che i ragazzi – senza usare la penna – non sarebbero più in grado di scrivere in bella calligrafia (questa obiezione l’ho ascoltata da un ragazzo di quattordici anni, questo per dire che la conservazione non è affatto un problema anagrafico). Ora senza avere competenze grafologiche mi sembra però assurdo che un’obiezione del genere ci possa essere alle scuole superiori: infatti come si scrive (a mano intendo) lo si dovrebbe imparare alla scuola elementare e talvolta anche in quella dell’infanzia (ho scoperto alla fine di quest’anno scolastico appena concluso che mia figlia – tre anni – ha saputo scrivere il suo nome su un disegno, a mo’ di firma) e quando si arriva alle scuole medie (inferiori) la capacità e la qualità della scrittura dovrebbe essere già completa.

Tornando al discorso principale di questa mia riflessione comprendo benissimo che in un’epoca di ristrettezze economiche si debba fare la lotta agli sprechi, ma c’è un settore – secondo me più importante di qualunque altro dove gli sprechi da tagliare sono veramente esigui  - che andrebbe preservato continuando ad investire e questo settore è l’Istruzione. Gli investimenti nella scuola infatti, pur non avendo un ritorno tangibile (immediato) in termini di PIL,  porterebbero però la società italiana a poter competere realmente con il resto del mondo. Perché possiamo sbraitare quanto vogliamo contro l’euro, la finanza internazionale, le banche, i complotti, i governi tecnici, le Fornero, i Monti e compagnia bella. Possiamo anche pensare di tornare alla nostra lira, svalutare e quindi esportare di più prodotti italiani per dare ossigeno (falso e tossico, a mio parere) alle imprese ma se non si migliora la qualità dei prodotti e dei servizi che intendiamo esportare e realizzare, la svalutazione è soltanto lo specchietto per le allodole affinché si vincano facilmente le elezioni (il populismo vive di nemici costruiti ad arte per foraggiarsi con le paure della gente) e si continui a vivere così come abbiamo sempre fatto, lamentandoci ovviamente perché nulla cambia, perché tanto sono tutti uguali.

Naturalmente affinché si facciano investimenti pubblici in ambito scolastico bisognerebbe avere una certa visione del mondo, dove la tecnologia non è un nemico da combattere bensì semplicemente lo strumento aggiornato affinché la società evolva (d’altronde questo è il progresso, uno strumento per l’evoluzione della società). L’isolazionismo non ha mai portato da nessuna parte e fino a quando la scuola, come la società itaiana in generale, non uscirà dall’Apartheid nel quale si è confinata, il nostro Paese potrà fare tutti i sacrifici di questo mondo, potrà continuare a dividersi fra una destra ancora troppo populista e una sinistra purtroppo troppo conservatrice, ma non potrà mai competere con i Paesi più avanzati (quelli che investono in idee e non soltanto in beni e centri commerciali) riducendosi sempre di più nel peso complessivo nel mondo.

Bisognerebbe uscire quindi dalla visione tolemaica del nostro mondo, ultimo retaggio di un medioevo che è evidentemente parte fondante del nostro Paese e del nostro modo di vivere, e rendersi conto che il mondo continua a girare a prescidere da noi e che va avanti.

Senza aspettarci.

p.s. Mi piacerebbe sapere se nel quartiere generale coreano siano soddisfatti della sentenza della corte britannica che ha respinto il ricorso di Samsung contro Apple che intendeva vietare la vendita del Samsung Galaxi Tab sul territorio del Regno Unito. Se da un lato a Seoul saranno contenti che potranno vendere la loro tavoletta non credo sia stato così stimolante ricevere una sentenza favorevole in cui si dice che quel prodotto lì non è affatto copiato dall’iPad perché quest’ultimo è molto più figo … 

Cento giorni di iPad

Oggi sono cento giorni che ho un nuovo compagno di viaggio:  l’iPad.

Forse non è trascorso abbastanza tempo ma sicuramente è già sufficiente per farsi un’idea e rispondere alla domanda che tutti ci facemmo, nel gennaio 2010, quando Steve Jobs presentò al mondo: che cosa è e a cosa serve il tablet? Non voglio qui fare l’apologia della Mela anche perché è abbastanza scontata da parte mia, essendo – come dice un mio amico – Apple addicted.

Sicuramente il fermento tecnologico portato dai tablet, dalle App e dai servizi cloud stanno rivoluzionando il nostro modo di concepire e di usufruire della tecnologia.  Quando venne presentato il primo iPad moltissimi furono scettici e pensarono che Jobs quella volta avesse fallito. I numeri hanno dato ragione a Cupertino e continuano a fornire una chiave interpretativo della nuova domanda di informazione e tecnologia che il mercato chiede.

Ovviamente possedendo molti oggetti della Apple per me è stato relativamente facile integrare la tavoletta nel mio flusso di lavoro: quello che non immaginavo però è che ha sostituito quasi del tutto la mia interazione con il computer.

Innanzi tutto il nuovo iPad è incredibilmente veloce e il suo processore  e il suo giga di RAM si fanno sentire tutti. Poi naturalmente lo schermo, il famosissimo Retina Display, è semplicemente pazzesco: se Jobs presentò la prima tavoletta Apple come uno strumento per una nuova web experience, la facilità e la piacevolezza di navigare, leggere le e-mail, consultare i calendari, le principali proprie App sulla tavoletta (e con quella velocità) sono semplicemente spettacolari. Di fatto quando devo cercare qualcosa su internet o quando devo leggere le mail, o consultare facebook, il mio iMac non lo adopero più. Così come l’entertainment: avere sulla propria tavoletta tutte le TV che si vogliono, film, le applicazioni dedicate di RAI e SKY, i principali TG, rende il lavoro molto più piacevole. E quando la tavoletta non si può tenere in mano per via degli spazi (cioè sugli intasatissimi bus all’ora del rientro) l’iPhone ti viene in aiuto  ( il melafonino è  tornato per me ad essere praticamente soltanto un telefono, con qualche funzione in più, tipo twitter o la ricerca dei bus romani, i client VOIP, le mail, il meteo e la navigazione, poiché mi sembra ridicolo installarsi l’iPad sul cruscotto della macchina per farti indicare la strada …).

Leggere un quotidiano o un libro sulla tavoletta  è fantastico: la sincronizzazione di note e segnalibri delle principali applicazioni, iBooks e Kindle, tanto per citare i più famosi, facilitano il compito della lettura.

Il numero di applicazioni presenti sui vari store è veramente enorme e anche se Apple è predominante in questo mercato anche chi ha tavolette basate su Android, l’OS mobile di Google, ha l’imbarazzo della scelta.

Dunque la domanda: sostituisce veramente il PC? E il telefonino? Più semplice secondo me rispondere alla seconda: non credo proprio. Ci sono troppe occasioni per cui è più probabile che una persona si trovi con il suo telefono nella giacca piuttosto che con in mano il suo tablet. E a parte le donne che hanno sempre le borse da Mary Poppins, noi maschietti è difficile che andiamo in giro con borselli stile anni ’70, tranne Formigoni come testimoniato dalle foto di Antigua nella vacanza pagata a conguaglio!

Alla prima domanda è veramente più difficile rispondere: forse “dipende” è la risposta esatta. Da cosa?  Dal tipo di lavoro e forse dal tipo di formazione che si è ricevuto. Voglio dire ciascuno di noi è informaticamente figlio del 1984, del primo Macintosh, quello che presentò il mouse come strumento di puntamento sullo schermo, mantenendo un legame fisico tra braccio/mano ed occhi. Siamo inoltre figli delle cartelle, dei programmi che si installano in modo misterioso e soprattutto che si disinstallano in modo disastroso!

Siamo delle persone analogiche convertite al digitale e dobbiamo fare una mediazione, anche se inconsapevole talvolta, tra quello che vediamo e quello che conosciamo dal manuale di istruzione. Prendiamo invece un bambino di tre/quattro anni (il riferimento ovviamente è tutt’altro che casuale avendo una figlia ed una nipotina di questa età che si cimentano entrambe con l’iPad dei rispettivi genitori). Per loro la tecnologia è quella lì, per loro è normale che un libro elettronico si sfogli girando con un dito la pagina. Si stupirebbero ad esempio se leggessero lo stesso file pdf  in un lettore nel quale invece la pagina si lascia scorrere verso il basso. Lo troverebbero assurdo. Questo è soltanto uno dei mille esempi che vede la nostra analogica generazione alla prese con una mutazione genetica della tecnologia. Il computer come lo conosciamo, come l’abbiamo amato ed odiato, sul quale abbiamo studiato non esiste più: ormai è altro. Tornando alla domanda sono certo che se tre anni fa, quando il PC di mia moglie cominciò a dare problemi, ci fosse stato l’iPad probabilmente avremmo preso il tablet, anziché il netbook, perché per consultare internet, e-mail, online banking, entertainment il tablet ha ucciso il netbook, non c’è partita.

Forse un discorso diverso riguarda i notebook di fascia alta, cioè quelli riservati ad una certa schiera di professionisti, grafici innanzi tutto, che hanno esigenze diverse. Sicuramente il tablet può essere per loro uno strumento complementare, delegando alla tavoletta tutto ciò che è business support, lasciando il notebook di fascia alta o il desktop (che forse sarebbe meglio in certi casi), ai compiti di creatività e di grafica spinta.

Veniamo ad esaminare le principali obiezioni alle tavolette: i programmi di office automation. Queste obiezioni spesso mi sembrano dei riflessi condizionati, come quando si diceva che per il Mac non c’erano programmi, non volendo vedere che in realtà le applicazioni per l’OS di Cupertino non solo vi erano ma costavano molto di meno di analoghe di Windows, confondendo l’enorme mercato parallelo di programmi piratati che gira attorno al sistema operativo Microsoft. In realtà di App per Office Automation ce ne sono veramente tantissime e alcune, con una modica spesa di nemmeno 15-20 euro, sono completissime, leggono e scrivono formati compatibili con la suite di riferimento che è sempre Microsoft Office. Poi da un po’ di tempo sono nate altre piattaforme, basate sul cloud computing, che stanno remotizzando e virtualizzando il sistema operativo e quindi le applicazioni. Da Onlive Desktop alla più recente Nivio, passando per CloudOn esistono praticamente delle App che ti consentono di avere su iPad anche un desktop Microsoft.

Forse questo ci aiuta a capire come mai la casa fondata da Bill Gates sia scesa in campo con Surface, la tavoletta interamente prodotta da Redmond, sconfessando decenni di piani industriali che vedevano Microsoft concentrata maggiormente sul software (e quindi sulla vendita di licenze) e non sull’hardware.

Certo per chi è melanomane come il sottoscritto mi fa sorridere, perché mille volte era stato schernito Steve Jobs per la sua ossessione maniacale al prodotto e al design, relegando il software non in secondo piano, ma come una parte del prodotto finito.

Probabilmente a Redmond hanno capito che il business delle licenze è destinato a tramontare e quindi è meglio concentrarsi su nuovi prodotti e nuovi servizi.

E veniamo alle principali opposizioni ad iPad e ai tablet in generale. La prima grande obiezione è la capacità di memorizzazione: giusto tutto sommato, con la visione del secolo scorso che si misurava in GB di hard disk. Il mio iPad ha solo 16 GB e a stento contiene tre/quattro film in HD, utili per meno di un terzo di un viaggio aereo intercontinenantale.

Il punto è che la capacità di memorizzazione è ormai aumentata dalla presenza di cloud service sempre più diffusa, spostando il tema dalla capienza dei dischi rigidi alla sicurezza delle informazioni contenute nei data center.  Sto testando ultimamente moltissimi servizi di cloud storage e cloud desktop e posso dire che il problema dell’archiviazione è – almeno per me – superato, in termini di capienza, ma che rimane ovviamente nella sua interezza per ciò che concerne la sicurezza dei dati.

Ma la principale opposizione al tablet di Apple è invece relativa al sistema chiuso, al mancato accesso al file system e quindi al fatto che si possono installare soltanto le applicazioni presenti sull’App Store, quindi autorizzate a monte dalla stessa Mela: naturalmente per chi voglia sbloccare il dispositivo ciò è possibile, come sancito anche dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, però al prezzo (c’è sempre un prezzo) che la garanzia viene invalidata.

Ora naturalmente per molti, specialmente per i maniaci del complottismo, avere un oggetto sul quale non hai il controllo totale fa paura: io trovo invece molto comodo il fatto che non debba preoccuparmi di installare, disinstallare, controllare il SW. Passare da iTunes per me non è un problema, anzi trovo comodo il fatto che adopero alcune applicazioni per fare determinate cose, diciamo che sono anche più ordinato nella gestione quotidiana del lavoro. Il mondo delle App ha limitato la libertà del web o forse ha solo reso la rete un po’ più ordinata.

Comprendo quindi le obiezioni di chi vuole gli iDevice jailbroken ma non ne condivido le obiezioni, a meno che si vogliano costruire da sé delle applicazioni così speciali e così private che l’App Store di Apple è limitativo. Per il resto mi sembrano obiezioni di poco conto: ancora devo trovare l’applicazione che proprio manca tra le 700 mila. E se è vero che Microsoft è pronta a rilasciare una propria versione di Microsoft Office per iPad, dopo che anche Adobe si è convertita all’App Store, che altro manca?

Diverso il discorso per chi volesse installare applicazioni a pagamento piratate: qui il discorso però ricade su un tema che già trattai qualche tempo fa e cioè il fatto che per il SW, così come a suo tempo per la musica, non concepiamo il fatto che un prodotto, sia esso una App o un brano musicale, sia frutto del lavoro di qualcuno e come tale, quel lavoro, va remunerato. Certo il mercato si basa proprio sulla capacità di spesa per un certo prodotto da parte del consumatore e di fatti il costo a meno di un euro, o di un dollaro in US, di una canzone fu una scommessa che Jobs vinse contro tutte le Majors che invece volevano un prezzo più alto.

Quello che sta accadendo con le App è di fatto lo stesso e accadrebbe lo stesso con i libri se le varie case editrici non capissero che venderebbero molti più libri legalmente se gli e-book costassero molto di meno.

Infine l’ultima obiezione: la tastiera. Ad essere sinceri se uno scrive moltissimo la tastiera software è certamente limitativa, ma proprio per questo sono nate tantissime soluzioni wireless che consentono di avere una keyboard senza fili che trasformano l’iPad in uno strumento di produttività eccezionale.

Sono molto soddisfatto di questo nuovo arrivato (e sono grato a mio papà che me lo ha regalato per i miei quaranta anni) e sono assolutamente d’accordo con il fatto che fra qualche anno forse anche i notebook spariranno dalle nostre scrivanie, lasciando i produttori di computer a costruire solo macchine per attività specifiche e di fascia alta, con la battaglia che si trasferirà nella qualità di prodotti e servizi che verranno realizzati, nella sicurezza della conservazione dei dati, nella User Interface e nella User Experience. Quanto più saranno belli e facili da usare, tanto più i tablet andranno a ruba e forse anche negli uffici spariranno cavi e cavetti per far posto a strumenti operativi grandi come un libro.

La nuova riforma

Quando le campane del Moscone Center hanno annunciato l’inizio della messa laica della mela, nella più bella (per me) città della California e in una delle più belle degli Stati Uniti e dell’intero pianeta, San Francisco, il ricordo dell’ultimo WWDC, quando il Sommo Pontefice della Mela Stefano Primo era ancora lì, con il suo corpo ormai gracilissimo a testimoniare la  fede nella tecnologia della mela, ha cominciato a svanire.

Il passaggio da Steve Jobs a Tim Cook è molto simile a quello che accadde – molte miglia più a est – in Piazza San Pietro nella primavera del 2005, con la fine del pontificato del più mediatico fra i papi, Giovanni Paolo II, e l’inizio del nuovo regno sul trono di Pietro da parte di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, all’epoca del conclave Decano del Collegio Cardinalizio e Prefetto della Congregazione  per la Dottrina della Fede, giornalisticamente definito il custode dell’ortodossia cattolica di Santa Romana Chiesa.

Il WWDC sta al mondo Apple come la veglia pasquale  alla  fede cristiana e cattolica in particolare: a differenza degli altri tre eventi annuali, nelle stagioni invernali, primaverili ed autunnali, quando vengono presentati nuovi prodotti, la conferenza degli sviluppatori Apple è una vera messa cantata non solo per i fan, ma proprio per tutti gli adepti a questa setta, nata come eretica di fronte allo strapotere IBM prima e Windows dopo, e diventata adesso una vera e propria chiesa, con le sue cattedrali, gli Apple Store, e i suoi officianti.

Il nuovo papa della mela, questo brizzolato signore di mezza età, non ha ovviamente il carisma del fondatore né naturalmente lo sta cercando e veramente (e metaforicamente) sembra  Benedetto XVI, che si definì un umile lavoratore nella vigna del Signore, nell’aprile del 2005, un testimone della grandezza di quel marchio, con un solo obiettivo: manifestare che Apple è ancora lì, in saecula saeculorum.

E così comincia la sua liturgia laica snocciolando numeri che sicuramente impressionano, numeri che vanno assolutamente letti insieme a quelli più impressionanti che fanno dell’iOS, il sistema operativo (mi rifiuto di chiamarlo firmware, come forse più propriamente andrebbe detto per gli smartphone) di iPod Touch, iPhone e iPad, il principale supporto di consultazione del web, vale a dire lo strumento principale con il quale milioni di consumatori ogni giorno vanno su internet, leggono e-mail, acquistano, consultano e fanno tutto ciò che ormai è routine nel mondo 2.0 del XXI secolo.

Guardando il nuovo notebook di fascia alta sfornato a Cupertino ancora una volta si capisce che la superiorità tecnologica e progettuale degli ingegneri della Apple e la loro attenzione maniacale ai dettagli, che in molti pensavano potesse scomparire con la dipartita di Steve, non è per nulla cambiata. Ed è probabilmente questo il successo maggiore per il fondatore della Mela, quello di aver consolidato un DNA specifico alla sua azienda ed ai suoi tecnici, che riescono a continuare a stupire con pochi ma significativi prodotti, che si caratterizzano per un aspetto su tutti: la qualità.

È una vera lezione ai sedicenti imprenditori di casa nostra (Fiat in testa), che magari sognano un’uscita dalla moneta unica europea, con l’obiettivo di portare a casa qualche danaro in più da una svalutazione competitiva di una improbabile nuova lira, senza investire in tecnologia, innovazione e qualità dei prodotti che sono l’unica vera strada per competere nel mondo globalizzato contemporaneo. Puoi pensare di mettere tutti i dazi d’importazione che vuoi ma se i prodotti nostrani non sono buoni i consumatori se ne accorgono e scelgono di conseguenza. E i prodotti Apple sono tutti, ripeto tutti, disegnati e progettati in California. Puoi esternalizzare la produzione, ma il cervello rimane nella Valley.

Altri numeri che fanno impressione sono i miliardi (di dollari) distribuiti agli sviluppatori: sarà anche una prigione questo iOS e questo App Store, ma sicuramente è una prigione dorata che milioni e milioni di sviluppatori apprezzano se sono veri i dati che fanno sì che il doppio di revenues degli sviluppatori avvengano per lo sviluppo di App della Mela e non per quelle di Android, l’altro grande protagonista del mercato mobile, di Google, in attesa che il nuovo Windows 8  faccia capire cosa vuol essere da grande e cosa potrà portare nelle tasche dei lavoratori del settore.

Perché possiamo tutti essere affascinati del software libero, dell’open source, delle applicazioni gratuite, ma spesso dimentichiamo che dietro quell’icona sui display dei nostri dispositivi ci sono dei lavoratori del settore informatico che hanno come obiettivo lo stesso degli operai nella catena di montaggio delle aziende cinesi di assemblaggio dell’iPad o del Samsung Galaxi, o della Fiat, o delle grandi industrie manifatturiere del mondo intero: portare a casa lo stipendio per far mangiare se stessi e le loro famiglie!

Con buona pace di coloro che si sentono imbrigliati da iTunes e cercano nuova libertà rompendo le catene della prigione di Apple, i numeri danno maledettamente ragione al nuovo sommo pontefice di Cupertino Timoteo Primo, che con le nuove feature per il mercato cinese, ha svelato i piani della nuova evangelizzazione che attende la Mela: la Cina, il principale mercato del futuro, dove un miliardo e mezzo di cinesi aspettano di passare dal soddisfacimento dei bisogni primari (che noi abbiamo abbondantemente superato da oltre mezzo secolo) alle allettanti nuove necessità di consumo che la moderna società dell’informazione sta confezionando.

Disconnessione

In attesa di trascorrere quattro giorni nel bel mezzo della nostra Penisola, che nonostante tutto continuo a pensare sia un paese bellissimo, ho deciso di fare anche io un esperimento alla Beppe Severgnini: stacco la spina dalla rete e anche dalla TV. Ho messo sul mio iPad tutta una serie di riviste di viaggi, case, sogni in maniera tale da non sentire – per quei quattro giorni – nemmeno il desiderio di accendere la TV per guardare il telegiornale, al massimo qualche cartone animato insieme a mia figlia.

Non leggerò e-mail, né social network, né twitter né tanto meno il web.

Voglio riassaporare cosa significhi vivere in campagna senza essere connesso con il mondo intero, senza l’ossessione compulsiva della generazione digitale di alzarsi la mattina e guardare il telefonino o il tablet, per leggere se il mondo è cambiato, la crisi è terminata o una nuova guerra è iniziata.

Nei prossimi giorni voglio di nuovo guardare il cielo e provare ad indovinare se piova o meno, senza guardare una app sull’iphone per decidere se indossare o meno un cappottino (sì lo so siamo avvantaggiati per il fatto che le previsioni parlano di un’ondata di caldo africano!). Voglio riassaporare – per quattro giorni – il piacere della lettura (che la rivista o il libro siano digitali poco importa, ne trae beneficio la schiena!) di svago e non quella impegnata.

Voglio cominciare finalmente a scrivere le cose che ho in mente da tanto tempo, senza la distrazione di internet e delle chat: perché il mondo iper-connesso nel quale viviamo avrà portato tantissimi benefici in termini di tempo, risorse e conoscenza ma di contro ci ha immerso in una sorta di realtà virtuale nella quale siamo come ossessionati di dover postare, twittare, condividere le proprie emozioni e il proprio umore.

Quattro giorni sono pochi e sono un esperimento pilota: se andrà bene mi sa che lo ripeterò più spesso …

Buon Primo Maggio!

Se la mela avanza nelle aziende

Spesso mi trovo a discutere con alcuni amici a cosa possano servire i tablet (e l’iPad in particolare) nel mercato business: quando Steve Jobs presentò la sua nuova creatura, inventando di fatto un mercato, pochi pensavano che quella tavoletta avrebbe rivoluzionato il mercato dell’informatica. Le obiezioni che sorsero furono relative al fatto che non era un PC, non era un telefono ma era qualcos’altro. Moltissimi lo vedevano come oggettino di culto ma solo per i consumatori e pochi, pochissimi, stavano comprendendo le potenzialità di uno strumento come quello lì.

Sono passati due anni e leggo su Bloomberg questo articolo: a Cupertino del mercato enterprise non gliene è mai fregato molto, quando si parlava di Mac. Basta riascoltarsi su youtube l’intervista a Steve Jobs di Walt Mossberg nel 2010 per capire come lo scomparso CEO di Apple non amava molto penetrare il mercato delle aziende, quanto piuttosto consumerizing questo mercato.

Adesso è evidente invece che le cose stanno cambiando: d’altronde quando si vendono milioni di dispositivi sui quali funziona iOS, ci sono le App e questa cosa ha trascinato tutti gli altri a confrontarsi (e a volte a copiarsi) diventa normale che anche nelle aziende si vogliano certi prodotti. Se Microsoft dovesse rilasciare una versione Office per iOS (cosa della quale si vocifera sempre più spesso) assisteremo nei prossimi anni alla vera fine del PC, che rimarrà indispensabile per alcuni (pochi, me compreso come fotografo) e sarà sostituito da tavolette sempre più evolute, veloci ma – paradossalmente – molto meno aperte di quanto sia adesso il web.

Si è arrivati dopo l’esplosione di internet e dopo l’atomizzazione delle informazioni alla necesssità di avere delle applicazioni che facciano una scrematura di ciò che ci serve.

In tutto questo la lezione che possiamo trarre da Apple è la solita: se si investe in innovazione e si fa i pionieri in certi campi allora il vantaggio che ne trai è enorme. Sei sempre davanti agli altri, fai il capofila e quindi godi di vantaggi indiscussi, facendo tantissimi soldi: perché a prescindere dalle retoriche sul software libero, la rete gratis ed altre sciocchezze simili tutte queste aziende sono società a scopo di lucro, non organizzazioni benefiche.

p.s. mi fanno sorridere moltissimo quei blogger (uno su tutti gettonatissimo in Italia) che continua a diffondere la menzogna della rete gratuita. In questo mondo gratis non c’è nulla e anche se avessimo libero accesso alla rete, senza pagare nulla ai provider, in realtà ci sarebbe sicuramente chi questa rete l’ha costruita. E se la si fa con i soldi pubblici, come molti sostengono e propongono, non significa che è gratis, ma che la paghiamo tutti come contribuenti, anche per chi le tasse non le paga.

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