Bill & Steve

Per noi italiani, abituati a vivere le nostre vite pubbliche come una sorta di grande stadio dove bisogna sempre dividersi e tifare contro, abituati come siamo sempre stati a dividerci in campanili e parrocchie, tra guelfi e ghibellini, fra guelfi bianchi e guelfi neri, fino alle celeberrime divisioni derivanti dall’esplosione dei grandi partiti di massa della Prima Repubblica, leggere di Bill Gates che si commuove ricordando Steve Jobs, forse non è tanto comprensibile.

Forse siamo rimasti ad una sorta di primordiale infantilismo, in campo sociale, politico e affaristico. Continuiamo a parlare di competitività e di mercato e poi alla fine non ci rendiamo conto che preferiamo sempre e comunque i monopoli, i duopoli o al massimo gli oligopoli. Mamma Fiat, Mamma Rai, Mediaset, Telecom, Enel, Eni.

Certo non è che Bill Gates sia stato un campione del mercato, dato che Microsoft è dominante sul business dei sistemi operativi e del software di ufficio (almeno finora).

Ma pensare che tra questi due enormi capitani d’industria, che nei loro rispettivi garage hanno inventato cose che ci hanno rivoluzionato la vita, ci fosse una stima umana, prima che professionale, è da esempio per chi vuol far diventare il nostro Paese normale da un punto di vista dell’imprenditorialità.

Questo pezzo mi ha ricordato un famoso evento del mondo della tecnologia quando Steve e Bill intervennero insieme a discutere di passato, presente e futuro dell’industria informatica, del quale segnalo proprio l’ultima battuta di Jobs sulla loro amicizia:

Forse da quando Bill Gates si è ritirato e Steve Jobs è passato a miglior vita, un po’ di nostalgia per quel mondo fatto di mistero, fra circuiti stampati e righe incomprensibili di codice, c’è ancora: specialmente adesso che la tecnologia sembra sia soltanto social e che tutto il nostro mondo debba chiudersi nei 140 caratteri di un cinguettio.

Si fa presto a dire crescita

Venerdì pomeriggio, come un pirla alle prime armi su una moto, ho dimenticato di chiudere una tasca della mia giacca, aprendo quindi una falla nelle protezioni waterproof. Peccato che in quella tasca ci fosse il mio buon vecchio iPhone 3GS che come tutti gli strumenti elettronici non vede di buon occhio l’acqua!

Dopo aver provato tutti i rimedi suggeriti in rete, dall’asciugacapelli al barattolo di riso, ho alzato bandiera bianca e mi sono rivolto all’assistenza Apple. Ho prenotato sabato sera un intervento al Genius Bar del negozio della Mela più vicino e ieri pomeriggio sono andato al centro commerciale. Con la solita cordialità, che non sai mai se è solo un modo di corteggiarti oppure reale buona educazione, l’addetto al bancone dei geni mi ha suggerito prima di provare a cambiare il display touch screen. Costo dell’operazione 99 euro.

Autorizzo, firmando con il dito sullo schermo dell’iPhone del tecnico, il modulo d’ordine e attendo la riparazione. Dopo cinque minuti il tecnico, Alessandro, esce dal retro del negozio e mi comunica la ferale notizia. Il mio iPhone ha un difetto alla scheda video perché evidentemente l’acqua aveva combinato più danni di quelli che pensavamo. A quel punto la scelta era fra acquistare un altro smartphone oppure farmi sostituire l’apparecchio con uno nuovo al costo di 149 euro.

Accetto la sostituzione anche perché l’ultimo melafonino costa molto, minimo 729 euro, e il suo predecessore cento euro meno. E il modello immediatamente successivo al mio costa ancora 429 euro e ha la metà dello spazio, 8 Gigabyte contro i 16 Gigabyte del mio. Non avendo molta voglia di sottopormi al salasso decido di soprassedere alla tentazione di acquistare il nuovo melafonino, aspettando anche le prossime evoluzioni.

Ma la mia sorpresa sta nell’assoluta assenza, da parte dei tecnici di Apple, di qualunque spinta alla spesa, al consumo. Probabilmente forti del loro marchio e dalla fidelizzazione dei clienti, non hanno in nessuno modo orientato la discussione verso il nuovo acquisto. Anzi, al contrario. Ero io che – come spesso capita a chi si trova in quei santuari della tecnologia – ero un po’ dubbioso, pensando fosse l’occasione per passare al nuovo.

Alessandro, il tecnico, continuava a dirmi che la sostituzione con un apparecchio nuovo, per uno smartphone sì di tre anni ma dignitosissimo, era comunque una buona scelta, se non si volessero spendere i 700 e passa euro dell‘iPhone 5, escludendomi proprio l’eventualità degli altri due melafonini a listino.

Quando sono tornato a casa e ho cominciato l’operazione ripristino, cogliendo l’occasione per bonificare l’accumulo di spazzatura su iTunes, ho ripensato al rapporto cliente-venditore al quale avevo appena partecipato. Qui non si tratta di bontà di un prodotto, di un sistema operativo o di un sistema blindato. Forse ha ragione un mio amico che con 150 euro o poco più avrei potuto acquistare un Samsung più nuovo; forse hanno ragione coloro che pensano che la gabbia innalzata da Apple al loro sistema sia eccessiva; forse avranno anche ragione i moralisti che obiettano che Apple produce attraverso Foxconn in Cina, dimenticando che tutti, da Amazon a Google, producono in Cina; forse tutto questo però l’esperienza cliente all’interno dell’Apple’s Store è qualcosa di irripetibile ed ineguagliabile. Per qualità del servizio ricevuto.

Continuiamo a pensare, nel nostro Paese, soltanto l’aspetto delle fabbriche che chiudono e ci dimentichiamo che se lo fanno è anche perché da noi i clienti non sono trattati come tali.

La cultura americana del customer service è lontanissima dal nostro modo di concepire il business. Si continua a ritenere che il problema della crescita sia soltanto dovuto alla mancanza di denaro per i consumi e non ci si rende conto che coloro che avrebbero e che hanno da spendere si orientano sempre di più verso prodotti e servizi erogati da aziende straniere.

Così è per la principale azienda del nostro Paese, la Fiat, che si trova anni luce indietro rispetto alle case giapponesi e tedesche, soprattutto Toyota e Volkswagen, per restare nella fascia del ceto medio. E non è sempre un problema di prodotto, dato che in US l’azienda di Marchionne si è ripresa. Non comprendiamo che un conto è affermare il cliente ha sempre ragione e un altro è mettere su un insieme di processi e di procedure che realizzino tale massima.

Probabilmente nel segmento del lusso e dell’alta moda, dove la creatività italiana la fa da padrona, tale attenzione c’è. Ma al livello della Apple, certo un’azienda top nella tecnologia ma sempre di massa, c’è qualche azienda italiana in grado di erogare la stessa qualità del servizio al consumatore?

Perché si fa presto a parlare di conservazione dei posti di lavoro, di manodopera italiana, di piccole e medie imprese: ma i prodotti che poi devono essere acquistati dai clienti finali, ammesso e non concesso che ci sia la liquidità per acquistarli, sono veicolati in maniera tale che i clienti si sentono “coccolati” e non come spesso accade “coglionati“?

Software libero (per gli altri)

Su quella che per i prossimi anni sarà la virtuale Piazza San Pietro della nuova Chiesa Universale a Cinque Stelle, è apparsa questa intervista a Richard Stallman, uno dei principali, sicuramente il più conosciuto, esponente del movimento per il software libero.

Salì agli onori della cronaca mondiale il giorno dopo la morte di Steve Jobs quando sul suo sito postò un commento molto violento e quasi di soddisfazione per la scomparsa del fondatore di Apple, chiudendo alla fine con un “Possiamo solo sperare che i suoi successori, nel proseguirne l’eredità, siano meno efficaci“, augurandosi cioè che chi fosse venuto dopo Steve non fosse così bravo nel suo mestiere e liberasse il mondo del software dal cappio della Mela.

Che c’azzecca starete dicendo voi?

Nulla di particolare, se non fosse che in ogni comizio e in ogni intervista televisiva Beppe Grillo non si mostri con un iPad per seguire la scaletta e con un iPhone bianco! E che anche ieri smartphone e tablet della mela assolutamente fossero prevalenti durante la Congregazione Generale dei Cardinali Pentastellati.

 

Tutti uguali, no?

Leggo in rete questo post e mi diverto da morire:

my co-worker got a nexus 4 last week and set up face recognition for unlock. he shaved his (very short) beard this morning. it doesn’t unlock and the pin doesn’t work. now he has to restore the phone. 

Traduzione grossolana per i non anglofoni:

Un mio collega ha preso un Nexus 4 la scorsa settimana ed ha impostato lo sblocco attraverso il riconoscimento facciale. Dopo essersi rasato (poco) stamattina non si sblocca più e il PIN non funziona. Adesso deve ripristinare il telefono.

Non vorrei scatenare le solite polemiche tra melisti, puristi, linuxisti, gnu-linuxisti, sostenitori del libero software in libero PC, cavouriani informatici, e tutte le varie sette nelle quali noi utenti e amanti della tecnologia siamo soliti dividerci. Ma si può mettere in commercio un dispositivo simile soltanto per scrivere che questo smartphone possiede il riconoscimento facciale mentre magari l’iPhone (la concorrenza ormai di Google nel settore) è rimasto al vecchio PIN?

Abbiamo giustamente crocifisso la Apple per il grave e grossolano errore delle Mappe, tanto che il responsabile ha pagato con il proprio licenziamento. Cosa dovrebbe fare Sergei Brin a chi ha progettato e soprattutto autorizzato che questa caratteristica fosse messa in commercio?

Anche perché non è così infrequente che un uomo non si radi ogni giorno o voglia cambiare look …

 

 

What’s up?

Nei giorni scorsi abbiamo letto le reazioni degli utenti alla notizia che il popolare servizio di messaggistica Whatsapp dovrebbe divenire a pagamento anche per gli utenti Android. I possessori infatti di iPhone, a parte qualche botta di fortuna, hanno già pagato l’obolo di 0,79 centesimi allo sviluppatore.

Da quanto si leggeva sui giornali pare che l’azienda che sviluppa l’applicazione mobile possa richiedere la cifra di euro 0,79 l’anno agli utenti del sistema operativo di Google. Ora naturalmente non comprendo per quale ragione noi utenti della Mela non dovremmo pagare ma ho trovato senza misura le reazioni indignate di utenti che si rifiutavano di pagare per poter continuare a usufruire del servizio.

Capisco bene le battaglie per i principi: certo l’azienda californiana non ha mica avvisato che prima o poi avrebbe fatto pagare gli utenti. Però c’è una cosa che proprio non riesco a metabolizzare ed è questa sorta che tutto ciò che sta in rete debba essere gratuito. Insieme all’altro mito che vuole la rete assolutamente democratica, cosa impossibile da realizzare nella vita umana dato che ciascuno di noi è padrone in casa propria, la gratuità della fruizione di certi servizi sta diventando una sorta di mantra. Come se tali servizi, dalla banda larga alla messaggistica, fossero senza costo per chi li fornisce.

Non so se sia naïf o se sia semplicemente frutto di ignoranza diffusa sta di fatto che osservo sempre di più questo perorare cause affinché qualcosa prodotto da privati, che sostengono costi e che devono pagare salari, debba essere gratuito. Ciascuno di noi si imbatte in software piratati, scarica film, giornali, riviste, libri: ma se trovassero un giorno un sistema a prova di pirata e lo implementassero non credo che si potrebbe dare molto torto a chi lo possa mettere in atto. È a battaglia fra la Marina e i Pirati, e ciascuno di noi a volte indossa la divisa e altre volte ha l’occhio bendato.

Nel caso di banda larga e servizi a valore aggiunto c’è anche altro: le risorse fisiche per gestire i data center costano. Sia in termini di costi unitari, sia di manutenzione e di servizi connessi, dall’elettricità al raffreddamento, dalla sicurezza all’efficienza.

Mi piacerebbe sapere – dal punto di vista degli utenti inferociti per la scelta della Whatsapp – come dovrebbero prima o poi pagare gli stipendi, e i loro fornitori di servizi, se regalassero il loro servizio.

A meno che la strada da percorrere sia quella del Sindaco di Parma Pizzarotti che chiedeva la collaborazione di un professionista … gratis!

Basta che però la smettiamo di menarla con l’articolo 1 e il suo fondata sul lavoro!

 

p.s. naturalmente non voglio nemmeno prendere in considerazione che 0,79 centesimi di euro l’anno siano insostenibili per gli utenti di smartphone …. Sarebbe di fatto un ossimoro!

L’Ingegnere Noreen

Noreen KrallLa signora che vedete a sinistra si chiama Noreen Krall ed è Chief Patent Litigator, noi diremmo la Direttrice per i Contenziosi sui Brevetti. per Apple.

È la donna che guida Apple nella guerra termonucleare (cit. Walter Isaacson, Steve Jobs, Mondadori) contro Google e Samsung (per Android), a causa delle violazioni di un gran numero di brevetti della casa di Cupertino.

Vorrei tranquillizzare tutti: non è l’ennesimo post del solito fanatico dei prodotti della Mela, quello che è schiavo del design dell’azienda fondata da Jobs e che non riesce a vedere l’intrinseca bontà dei prodotti Open Source, gratuiti, perfetti e meravigliosamente funzionanti.

No, parlo di questa bella e sorridente signora perché è fondamentalmente una mia collega: ha infatti conseguito una laurea di primo livello (il Bachelor Degree) in Ingegneria Elettrica presso il Manhattan College, poi una laurea di secondo livello (il Masters Degree) in Informatica (Computer Science) presso lo Iona College e infine ha ottenuto un Dottorato in Legge (Juris Doctor) dall’Università di Denver, Colorado.

Ora io so bene che il sistema dell’istruzione statunitense è profondamente diverso dal nostro e nemmeno molto paragonabile, ma vi immaginate nella società italiana, quella dove un dottore non lo si nega a nessuno, che un Ingegnere dell’Informazione (questo è alla fine il titolo di studio della signora Krall, sommando le due lauree dei primi due livelli) si iscriva ad un corso di legge per occuparsi di affari legali, di contenziosi, di ricorsi e carte bollate, di brevetti e diritti d’autore?

In Italia storcerebbero il naso in molte aziende (e in molte famiglie), diffidando di una persona che all’uscita dalla scuola superiore sceglie studi profondamente tecnici (misteriosi e magici per i più) e poi decide di specializzarsi in ultima istanza in legge.

Negli Stati Uniti, dove i biglietti da visita sono francamente anche ridicoli con la loro successione di acronimi (gli americani sono ossessionati dagli acronimi, basti pensare che il Presidente ha un acronimo POTUS che a me fa venire in mente un cartoon), questo è perfettamente normale. D’altronde pensare che un ragazzo a 17-18 anni abbia proprio tutte le idee chiare per il proprio futuro universitario mi sembra anche un tantino velleitario.

Soprattutto trovo molto interessante questo poter assecondare due aspetti delle proprie inclinazioni, quello della curiosità scientifico-tecnologica incarnato dagli studi in ingegneria/informatica, e quello degli studi più umanistici e procedurali: nel nostro Paese invece il titolo di studio è visto come un traguardo, tanto che quel pezzo di carta rappresenta quasi uno status symbol per chi ci arriva.

E infatti se poi ad esempio un laureato in Ingegneria, magari con un buon posto di lavoro, in una robusta impresa con dei solidi azionisti, trova troppo stretto l’abito che gli è stato cucito addosso e prova a farsene uno nuovo, ecco che viene visto più come un alieno che come un imprenditore di se stesso e alla continua ricerca di se stesso, specialmente preoccupato di rimanere fino a settanta anni prigioniero di quel vestito.

Si cerca quindi di non incoraggiarlo ma nemmeno ovviamente di scoraggiarlo: semplicemente lo si ignora, sia per evitare che un incoraggiamento troppo spinto gli possa far lasciare un posto di lavoro sicuro (coi tempi che corrono e secondo il famoso detto sulla strada vecchia e la strada nuova sembra impossibile – alla maggior parte della gente – come non si possa non amare un posto di lavoro sicuro), sia per non sentirsi complice qualora malauguratamente le cose poi si dovessero mettere male!

Così anche nei rapporti familiari e amicali si rimane come nel resto delle relazioni sociali del nostro Paese: impaludati.

Gattopardescamente.

Democristianamente.

Sintomi di invecchiamento

Sono sicuro che il mio amico Alessandro starà stamattina aspettando un mio commento sulla notizia di ieri e cioè sull’addio alle scene della politica del Cavaliere. Lo deluderò, rimandandolo alla lettura di quanto scrissi l’anno scorso perché quanto accaduto ieri è semplicemente la parola fine del film cominciato a Cannes durante il G20 del 2011.

Oggi voglio invece parlare di invecchiamento.

Lo spunto me lo dà il commento di Vincenzo, il mio amico già citato in questo blog, il quale ha commentato la mia risposta al suo precedente contributo di pensiero.

Scrive a notte (per me) ultrafonda Vincenzo:

  … il bello dei blog democratici e’ che non per forza l’owner deve avere l’ultima parola …

… è altresì vero che è pericoloso CREARE dei bisogni …

in una nota pizzeria … portavano il menu su un iPad … qual e’ il reale bisogno di usare un iPad … Un tinto (scarso in siciliano, n.d.b.) tablet della Mediacom con Android a … 99 euro non era sufficiente … non era in grado di assolvere al suo compito, ovvero visualizzare un sito per mobile? Secondo me si, ma siccome fa scena … ecco cosa intendo per “spreco” inutile … mi auguro converrai….

… non si debba innalzare a divinità uno come Jobs senza sapere che è grazie ad altri che lui può essere considerato divinità. Noi siamo la nostra storia e viviamo grazie a ciò che sappiamo del passato e il nostro futuro è fortemente influenzato dal nostro passato ….

… spesso … si suole associare GNU/Linux == Comunismo, solo perché … gratuito …. Che la maggior parte del movimento sia di sinistra non vi é dubbio, ma politicizzare un sistema operativo, per me é roba per chi non ha argomenti per sostenere le proprie idee….

… L’unica che personalmente dico con disprezzo é WINZOZ proprio perché per me é zozzeria, spazzatura informatica, l’emblema di cosa NON si dovrebbe produrre in termini informatici … rappresenta per me l’archetipo di ciò contro cui lotto quotidianamente ….

… un giorno prenderai sulle tue ginocchia tua figlia e gli spiegherai che un tempo le foto si facevano su pellicola, che tutti quei grandi nomi che hai citato nel tuo post, non sapevano come sarebbe stato il loro scatto finché non lo avessero sviluppato, che questi non avevano la possibilità di rivedere le loro immagini e che non c’era alcuna “intelligenza artificiale” ad aiutarli. Non si può dimenticare la storia ma anzi diffonderla e soprattutto le nuove generazioni DEVONO avere un punto di riferimento, uno zero dal quale poter sviluppare il loro futuro.

… “Senza libertà di scelta non c’è creatività, e senza creatività non c’è vita”
purtroppo nel mondo della MELA non c’è vita perché non c’é libertà….

Questa lunga risposta di Vincenzo mi ha depresso: mi ha fatto comprendere infatti di come io sia diventato cinico, disincantato e invecchiato, incapace di continuare a vivere sogni, pragmatico.

Vincenzo mi parla di un mondo romantico, dove i blog sono democratici e dove la Rete è questo luogo di grande comunicazione e liquidità, come si ama dire oggigiorno. Io invece penso che – a cominciare da questo sul quale scrivo – i blog non sono affatto democratici, avendo io comunque la possibilità di rimuovere commenti a mio piacimento, non fosse altro perché i Terms & Conditions di WordPress li ho accettati io. Non ricordo quale Presidente USA (vedete che sto invecchiando? Anche la memoria gioca brutti scherzi!) disse una volta che comunque la mettiamo il secchio alla fine finisce sempre sulla sua scrivania, lì nello Studio Ovale. C’è sempre una responsabilità finale, qualcuno che sia responsabile per ciò che si scrive o che viene consentito si possa scrivere.

Sono invecchiato perché forse anche io qualche tempo fa sarei stato un missionario di qualcosa come lo è lui: invece adesso mi metto a parlare di bisogni,  di marketing, di industria.

Vincenzo dice di combattere ogni giorno contro MS: io forse qualche anno fa avrei detto la stessa cosa, adesso invece la pigrizia prende il sopravvento, vedo che Windows 7/8 non è neanche così malaccio per quello che ci devo fare in ufficio!

Mi rendo conto di invecchiare perché se solo immagino di tenere ferma, cosa letteralmente impossibile (chi ha figli lo sa!), quei venti chili di figlia sulla mie ginocchia (povera la mia malandata schiena!) e raccontarle che una volta Ansel Adams riprese quelle stesse montagne che lei ha visitato l’anno scorso a Yosemite e che le sue foto rappresentano l’anno zero della fotografia in Bianco e Nero, non riesco proprio a capire le ragioni per le quali dovrei partire dai supporti sui quali riprendeva e sviluppava il fotografo americano. Nemmeno Pinturicchio aveva visto le sue tele se non nella sua mente! Questo è il mistero dell’artista, la capacità di immaginare indipendentemente dal supporto fisico.

Ti rendi conto che sei vecchio quando la tecnologia che una volta ti sembrava di nicchia  diventa per te  uno strumento come il mestolo della cucina o come la moka!

Chissà se quelli arretrati come me, che preferiscono ancora la moka alla Nespresso di George Clooney, si siano mai chiesti che una volta il caffè si faceva con la napoletana e che la scoperta della Bialetti, poi copiata da tutti, rivoluzionò il modo di concepire la nostra bevanda preferita.

Si dice che uno è quello che fa: Vincenzo è la dimostrazione. Ama così tanto il proprio mestiere da averne fatto una ragione quasi esistenziale, di lotta quotidiana contro il male rappresentato da coloro che – a suo giudizio – inibiscono la libertà di scelta, quindi la creatività, indi la vita stessa.

Forse sono quelli come me, sempre alla ricerca di qualcosa che gli piaccia davvero, che forse non sanno chi siano effettivamente. Forse quelli come noi, che lavorano al vertice della catena alimentare del mercato della domanda e dell’offerta, hanno ormai perduto il romanticismo dei primi tempi. Forse perché si pensava – come tutti i ventenni – di cambiare il mondo, che con il tuo lavoro, il tuo mestiere, la tua passione avresti reso il mondo un posto migliore e poi ti rendi conto che è il mondo ad aver cambiato te, ti ha reso pigro, ti ha fatto cedere pezzi della tua libertà in cambio della comodità.

Sono quelli come me che sebbene sanno benissimo che è antieconomico continuare a pagare un abbonamento (salatino!) all’unica televisione satellitare che abbiamo in Italia continuano comunque a farlo per la comodità di registrarsi i programmi e vederseli quando si vuole, sebbene ormai in rete si trovi di tutto, in streaming e con buona qualità.

Già la Rete: panacea di ogni male contemporaneo, la Terra Promessa del Nuovo Millennio.

Un’ultima considerazione sull’invecchiamento riguarda però la supposta divinizzazione di Steve Jobs. Rispondo in maniera analoga a come rispose il grande giornalista Guglielmo Zucconi, padre di quel mostro sacro che è (per me) Vittorio, quando gli chiesero perché non si convertisse all’Islam. Faccio così tanta fatica a credere nel mio Dio, che è quello giusto, per pensare di credere nel dio Jobs. Steve non è stato una divinità, così come nessuno dei padri fondatori dell’informatica. È stato semplicemente un uomo con un grande intuito e che alla mia età attuale ha capito gli errori che aveva compiuto in gioventù e ne ha rimediato. D’altronde non si capirebbe per quale motivo nel 1997, all’età di 42 anni e dopo averlo sbattuto fuori senza nemmeno un minimo di riconoscenza per aver fondato l’azienda, Apple lo richiamò per salvare l’azienda.

Mi rendo tuttavia conto che quello che per me è un grande merito di Steve per gli informatici puri sia l’inizio di ogni male. Il guro della Apple ha trasformato il suo vascello di pirati, la sua setta protestante, in una grande porta-aerei, in una chiesa, con i suoi riti e le sue messe cantate. Jobs ha capito che Apple doveva trasformarsi da azienda produttrice di computer e quindi orientata solo al computer ad azienda produttrice di tecnologia. Insomma ha deciso di emanciparsi e non considerarsi più figlia di un dio minore, giocando con le stesse regole dell’industria tradizionale.

Gli informatici probabilmente hanno vissuto questo come una sorta di tradimento, di rinnegamento dei valori del club del quale lo stesso Jobs faceva parte.

Qui sta secondo me la grande divisione: fra chi ritiene che l’informatica debba rimanere con dignità figlia di un dio minore, dove la funzionalità, lo scopo dell’oggetto, possibilmente al minor prezzo, è determinante nella scelta di un oggetto e chi invece pensa che anche l’ICT sia un’industria come le altre, che abbia raggiunto la maturità dell’industria pesante e che possa essere gestita con la logica delle altre merceologie e quindi del marketing di prodotto.

Apple ha scommesso su questo secondo punto e per ora i risultati mi sembra le stiano dando ragione, essendo l’azienda a più alta capitalizzazione della storia del capitalismo e con una liquidità da far impallidire lo stesso Dipartimento del Tesoro.

Capisci però che invecchi quando nello stadio dove si disputa l’eterna partita fra Microsoft e Apple, fra Mac e Linux, fra Ubuntu e Windows, non ti accomodi nemmeno in tribuna.

Semplicemente non la guardi più.

Conti che non mi tornano

Confesso che la polemica scambiata con il mio amico catanese, su Apple e dintorni, mi ha suscitato qualche spunto di riflessione.

Allora vediamo di aver capito bene quali sono i  reati che possiamo contestare a Steve Jobs e ai suoi pirati.

Nei primi anni ’80 hanno rubato l’idea a Xerox che per prima stava sperimentando il sistema operativo a finestre, producendo quindi il primo Macintosh.

Nel 2001 Jobs ha anche spudoratamente rubato l’idea di mettere della musica su un dispositivo mobile, l’iPod, cosa che tranquillamente si poteva già fare con i lettori mp3 dell’epoca. Poi che già vi erano hanno messo su iTunes Store, ma già i negozi che vendevano mp3 attraverso download erano stati inventati. Quindi anche qui un mezzo furto!

Nel 2007 fu presentato il primo iPhone, ma uno schermo con una fotocamera già c’era da tempo e lo produceva la Nokia. E poi non era neanche tanto migliore dei telefonini evoluti dell’epoca, tipo il mitico Nokia Communicator o i vari BlackBerry (Pearl su tutti).

Nel 2010 venne presentato iPad ma già da tempo esistevano i Tablet PC, come quelli di Palm azienda purtroppo ormai scomparsa del tutto. E anche qualche anno prima avevano fatto l’esordio dei PC con lo schermo reversibile a tavoletta che purtroppo non funzionavano molto bene in termini di riconoscimento della scrittura (ne provai personalmente uno HP).

I conti però non mi tornano: o Steve e i suoi andavano messi in galera oppure gli altri sono proprio fessi.

Cioè che pensavano di fare a Palo Alto, nei laboratori di Xerox, con quella straordinaria invenzione? Guardarsela tra loro? Chi si legge la biografia scritta da Isaacson sa che le cose andarono diversamente. Xerox aveva il proprio HQ sull’altra costa e a quei ragazzi dei Labs mancava una guida in grado di comprendere la portata storica del loro lavoro, forse ritenendo anche loro che il futuro fosse sempre e comunque nelle loro fotocopiatrici! Ottima visione del futuro, non c’è che dire! Non degli informatici, ma dei manager.

Quando venne presentato iPod e iTunes le case discografiche erano così tanto con l’acqua alla gola che implorarono Jobs di fare un accordo e accettarono anche la bestemmia (per quei tempi!) di vendere brani a 99 centesimi di dollaro. E singolarmente!

All’epoca tra le majors vi era una certa Sony, la cui divisione musicale non si parlava minimamente con la sorellina che faceva prodotti elettronici. Il risultato fu che l’azienda che aveva inventato il walkman e che quindi poteva contare su un vantaggio di posizione enorme perdette la partita sulla musica digitale proprio contro un’azienda che faceva solo computer e che cambio proprio per questo il suo stesso nome, da Apple Computer Inc. a semplicemente Apple Inc.

Anche qui se il Capitano Uncino di Cupertino doveva essere imprigionato per aver rubato l’idea del lettore e per aver sfruttato la fine di Napster (nonostante avesse proprio rischiato di perdere questa idea!), che fine avrebbero dovuto fare i dirigenti della Sony?

Sull’iPhone il discorso è più facile: semplicemente i telefonini fino all’iPhone, compresi quelli più cool dell’epoca della Nokia o di BlackBerry, erano ottimi telefoni, smartphone come si cominciava a dire. Ma l’iPhone era semplicemente bello e completamente diverso. Ricordo come se fosse ieri stuoli di commentatori stroncarlo per il solo fatto che non avesse la tastiera fisica! Se qualcuno adesso mi trova uno smartphone di livello con tastiera fisica gli faccio un monumento! “Ha solo il 2.5G”, si diceva in Italia. Peccato che in USA, all’epoca, il 3G non era molto diffuso e quindi non aveva certo senso immettere sul mercato un qualcosa che non avrebbe dialogato con la rete come avrebbe dovuto …

Poi venne l’iPad. Ah già, i tablet già erano stati inventati eppure non li avevamo capiti!

Vedo solo io che i conti non tornano e che c’è una forte incongruenza fra chi sostiene che Apple ruba e vince solo grazie al marketing e i numeri che inchiodano invece a precise responsabilità i competitor principali che nemmeno avevano capito le potenzialità di un certo mercato (citofonare Bill Gates che si sta mangiando ancora le mani dopo aver stroncato l’idea dell’iPad!)?

Quando parlo di immaturità dell’industria informatica, cioè del settore SW, intendo proprio questo: guardare con gli occhi dei tifosi ciò che accade. O meglio con gli occhi dei tifosi all’italiana, poiché da noi i tifosi non sono supporter della propria squadra, bensì oppositore della squadra avversaria!

Così come noi siamo non tifosi del Catania ma oppositori del Palermo oppure oppositori della Lazio e non tifosi della Roma (e potrei continuare all’infinito considerando quante rivalità calcistiche e non ci sono in Italia); così come siamo pronti a perdere le elezioni perché il candidato prescelto dalla nostra parte politica ci sta sulle balle e quindi magari non andiamo a votare, favorendo anche inconsapevolmente colui che vince (ogni riferimento all’elezione capitolina del 2008 è fermamente voluto!)  così anche nell’industria informatica ci dividiamo nelle diverse fedi, fra Microsoft (magari derisa in Microzoz o Winzoz, per dire che è una sozzeria) a Apple, fra Mac e Linux, fra free e open. Insomma l’industria informatica soffre della stessa sindrome della sinistra (mondiale) capace soltanto di dividersi perché c’è sempre qualcuno che è più a sinistra di te!

E poi ci chiediamo perché il 6 novembre Mitt Romney potrà diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti …

 

Fanatici o consapevoli?

Amazing … wonderful … love“: era cominciata da poco più di mezz’ora la messa laica al California Theater di San José, in California, quando Phil Schiller ha preso in mano il suo nuovo iPad mini.

E così si era compiuto il definitivo passaggio di consegna fra Stefano il Grande, il papa comunicatore scomparso l’anno scorso e che non avrebbe (si dice) gradito un tablet di quelle dimensioni, e il timido Timoteo I, che dirige la Chiesa della Mela Morsicata collegialmente con il suo collegio cardinalizio, forse consapevole dei propri limiti comunicativi che non potrebbero evocare le suggestioni che il suo predecessore riusciva a suscitare in ciascuno degli ascoltatori.

Con il nuovo sfondo colorato della scenografia, con una mela immersa in un arcobaleno di colori, papa Timoteo I aveva iniziato la celebrazione liturgica che chiudeva il 2012, primo anno del pontificato di questo timido signore dell’Alabama, sfoderando i soliti numeri.

Conforme all’ortodossia della mela, custode della stessa ortodossia, Cook ha lasciato agli estatici fedeli in platea il compito di interpretare i numeri a loro uso e consumo. C’è ben poco da dire in effetti, specialmente riguardo il mercato dei tablet che la Mela ha creato dal nulla nel 2010 e che continua a dominare in termini di traffico web che poi è quello che conta nel business. Ci sarebbero quasi gli estremi per un intervento dell’antitrust americano tanto è dominante la posizione nell’analisi di traffico del segmento delle tavolette. Il 91% del traffico web passa da iPad, di qualunque tipo e generazione, mentre il restante 9% è su tablet di altro tipo, nonostante la presenza di tutti i maggiori competitor di Apple che sfornano una tavoletta al giorno nel tentativo – finora vano – di scalfire il dominio assoluto della casa di Cupertino. È questo a mio avviso il numero che più fa impressione e non il fatto che sia stato venduto qualche giorno fa il centomilionesimo iPad!

Ora l’iPad mini è un bel prodotto, sicuramente molto accattivamente, specialmente se lo pensiamo per un mercato femminile (non c’è nulla di discriminatorio, solo la consapevolezza che con le mie tozze manine difficilmente mi troverei bene con il piccoletto appena nato): è perfetto sia per le borse da Mary Poppins che le nostre signore portano in giro (il vero mistero dell’universo femminile insieme agli stupendi e zeppi portafogli) sia per le tracolle da manager rampanti in carriera, pronte a leggere l’ultima sfumatura di grigio in autobus prima di raggiungere l’ufficio.

Ma due sono stati gli oggetti che secondo me hanno un’importanza maggiore della presentazione di ieri. Certo l’iPad mini era attesissimo specialmente per la valenza quasi eretica rispetto ai desiderata di Steve Jobs e rappresenta la definitiva emancipazione del nuovo gruppo dirigente di Apple dall’ingombrante ombra del fondatore e padrone del vascello di pirati. Ma i due oggetti più significativi sono – a mio giudizio – il Mac mini e il nuovo iMac.

E se in ambito software i rinnovamenti relativi a iBooks e iBooks Author (rispettivamente il lettore di libri su iOS e il creatore di libri su Mac, quest’ultimo straordinario, specialmente se pensiamo ad un ottica di didattica, purtroppo in Italia solo per pochi dato che nella scuola pubblica manca di tutto!) sono indubbiamente più interessanti i due prodotti desktop, perché consentono di comprendere ancora una volta la cifra dell’innovazione di Apple, non tanto in ambito informatico, bensì in quello del design industriale.

E se gli informatici un giorno cessassero di considerarsi figli di un dio minore dell’industria e cominciassero finalmente a pensare che design non significa automaticamente  qualcosa per fanatici, probabilmente l’intera Computer Industry ne beneficerebbe e probabilmente tutto il settore ICT riuscirebbe a trovare nuova linfa. Perché – e lo dice  un Mac User – ormai con l’avvento delle tavolette e con i nuovi sistemi operativi praticamente installabili su qualunque macchina (meno che OS X che non solo non gira benissimo sui cosiddetti Hackintosh ma è anche vietato perché viola la licenza d’uso) i software fanno praticamente tutto ciò che ci serve, chi meglio chi peggio dell’altro. Ma non è quella la differenza fra i vari produttori. E d’altronde lo hanno capito benissimo a Redmond, nel quartier generale della Microsoft, azienda dominatrice del mercato del SW per PC, che ha visto assottigliarsi così tanto il proprio potere da dover cambiare rapidamente modello di business e inventandosi anche lei la sua tavoletta, la Microsoft Surface che andrà in vendita fra poco e che monterà il nuovo Windows 8, sistema operativo chiaramente orientato al touch screen. Il nuovo Mac mini è uno straordinario concentrato di bellezza e tecnologia.

Ma dove il gruppo capitanato dal pirata Jony Ive, il responsabile del Design Industriale di Apple, si è superato è senza dubbio il nuovo iMac.

Pensionato il lettore dvd, gli ingegneri di Apple hanno così potuto non tener conto del vincolo fisico dell’ingombro del lettore portando lo schermo dell’iMac a soli 5 mm di spessore. Ho commentato ieri sul mio profilo Facebook che il mio iMac, del 2007, con i suoi 3 cm di spessore, sembrava appartenere ad un’era paleozoica degli stessi Mac e dell’intera industria dei computer.

Questo commento ha suscitato la reazione di un mio amico omonimo di Catania, Vincenzo, che di mestiere fa il System Administrator e di computer se ne intende veramente e molto ma molto più di me. Non è la prima volta che polemizziamo sulla tecnologia dalle pagine del social network di Zuckerberg e ogni volta è sempre molto stimolante.

Vincenzo appartiene a quella comunità di supertecnici informatici che privilegia la funzionalità all’estetica. Ed io li rispetto molto. È infatti un sostenitore dell’open source e di Linux, è favorevole al cloud computing solo se è l’utente a controllarlo (insomma no Microsoft Azure, Google Drive, Apple iCloud, Dropbox, …) e pone il design come mero elemento per il marketing. Il mio amico considera che la potenza maggiore di Apple stia nel suo Marketing Department (in effetti Phil Schiller è considerato uno dei Chief Marketing più influenti nel mondo) e giustamente diffida dei fenomeni di fanatismo quasi religioso che ci sono ogni qual volta che dei prodotti della mela vengono proposti.

Sotto alcuni aspetti confesso di essere molto d’accordo con Vincenzo, specialmente quando pensa alla tutela dei più giovani e al loro consumo di tecnologia, spesso soltanto per giocare o per socializzare su Facebook.

Però se sono stati venduti 100 milioni di iPad non è che tutti quelli che abbiamo comprato, regalato e usato la tavoletta siamo degli stupidi ragazzini viziati! Il mondo è più complesso di quello che a volte possa sembrare.

Il problema principale è che spesso – nel mondo dell’Informatica – si ragiona ancora con la mentalità di quaranta anni fa quando i primi PC facevano il loro esordio. Si trattava di una specie di macchinario, sconosciuto ai più, che faceva apparire i primi utilizzatori come una sorta di maghi, intendi a inserire delle formule magiche attraverso una tastiera, aspettando l’elaborazione. Il fatto è che dopo il 24 gennaio 1984, data in cui venne presentato il primo MacIntosh, dotato di schermo, mouse e con un sistema operativo a finestre che rendeva semplice la tecnologia, il mondo è andato molto avanti e il computer, che prima era per pochi eletti, adesso è nelle case di tutti noi. E quando sento di sistemi chiusi, di open source e di fanatismo religioso, sorrido.

Sarà che a 40 anni sono diventato molto più cinico e disincantato di quando ero romanticamente un sognatore, è che non mi sfugge di certo una cosa: tutte – dico tutte – le aziende che producono PC, SW, tablet, smartphone e chi più ne ha più ne metta non sono aziende benefiche. Sono società che campano per fare profitti, soldi, scopo di qualunque entità giuridica che serve a far muovere l’economia e quindi anche a dare o creare lavoro. E se da un lato osservo con molto interesse tutto il fenomeno attorno a Linux e a tutte le varie distribuzioni del sistema del pinguino, non mi sfugge che una delle distribuzioni più diffusa di Linux, Ubuntu, è realizzata da una società, la Canonical Ltd. che non è un ente benefico. E giustamente aggiungo io.

E che – orrore orrore – ha sede in un paradiso fiscale, l’Isola di Man, ed ha persino uffici a Londra, Boston, Taipei, Montreal, Shanghai, San Paolo e ovviamente nell’Isola di Man, dove ha costituito altrettante società di diritto locale per gestire il business nei vari continenti. Ora dato che ci sono sicuramente costi operativi da sostenere, dai 500 dipendenti alle sedi, è evidente che la Canonical non è sicuramente un ente benefico anche se produce software che ha il pregio di essere libero o open (sono due concetti molto diversi quello di freeware e open source, spesso confusi tra di loro. Pochi sanno ad esempio che la base del sistema operativo del Mac, il Darwin, è totalmente open source. Cioè ti scarichi il sorgente dal sito di Apple e ti fai il tuo OS. È lecito).

A me sembra che nel mondo dell’informatica e delle nuove tecnologie in generale, ci sia una sorta di complesso di inferiorità rispetto all’industria pesante. A nessuno verrebbe in mente di acquistare la nuova Fiat 500, tanto per fare un esempio di un’autovettura di moda, per smontarne il motore e capire come funziona. Eppure questa è una delle obiezioni che si fa ad esempio rispetto al Mac, all’iPhone, all’iPad: non si possono aprire. Surreale.

Nel nuovo iMac gli ingegneri della Apple si sono inventati anche un nuovo drive, che combina la velocità dei nuovi Flash drive alla capacità dei vecchi hard drive. L’hanno chiamato Fusion Drive (e qui è chiaro che si tratta di marketing puro!) e mi domando: ma com’è che questa idea è venuta a Cupertino e non in qualche altra cittadina della Valley dove risiedono i maggiori centri di ricerca di HP? O nei laboratori di Asus, Acer, IBM, Lenovo?

La risposta a mio giudizio sta nel concetto di innovazione che in Apple hanno implementato e che riguarda la macchina nel suo insieme e non come singoli pezzi da assemblare. D’altronde, facevo sempre notare al mio amico Vincenzo, il motore Fiat Multijet Diesel è stato un enorme successo tanto da farlo vendere ad altre case costruttrici, GM in primis, che l’hanno inserito nelle loro vetture. Ebbene perché allora le macchine di Torino si vendono in misura minore rispetto ai loro concorrenti? Mutatis mutandis sarebbe solo un problema di marketing, seguendo la logica di Vincenzo. Ma la storia non mi convince. Certo il marketing Fiat è stato soddisfacente con la 500, lo è con la Alfa Mito, cioè con tutte quelle macchine che sono inserite in un segmento di nicchia, non a caso rappresentando il design italiano. Ma Marchionne quando pubblicizzo la nuova 500 parlava del nostro iPod. Il mercato ha scelto l’iPod del manager italo-canadese perché finalmente era una macchina fatta bene, rispetto al passato, a tutto tondo: dagli interni agli accessori, dal motore alle forme.

Nessuno si sognerebbe mai di confrontare un frigorifero qualunque con uno SMEG, proprio perché l’elettrodomestico dell’azienda emiliana di Guastalla, è un must del design di arredamento italiano. Ho un amico che vive in una bella casetta a tre piani a Hackney, uno dei borough di Londra, che nel ristrutturare la casa ha scelto di rifare i bagni con arredi italiani.

Se ragionassimo nell’industria dell’arredamento come facciamo in quella informatica le tazze e i bidet in questo momento in offerta al brico dietro casa mia al prezzo di 59 euro la coppia sarebbero equivalenti ai sanitari più moderni e più belli.

Questo è il salto in avanti che ogni prodotto Apple compie: far sì che un computer, una tavoletta, un telefono, un lettore, un media center, si complementi con l’arredamento, senza sminuire la sua funzione intrinseca.

Un iMac rappresenta veramente un complemento d’arredo ad uno studio di una casa, ad un angolo di una cameretta di studenti: quanti altri Personal Computer al mondo completano l’arredamento così come avviene con il prodotto di Cupertino?

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