Baby-parking

Durante una riunione scolastica con i genitori, insegnanti e dirigente scolastico della scuola di mia figlia ci hanno edotto sul fatto che alla scuola materna non è previsto nessun percorso didattico e che tutto ciò che i nostri figli fanno a scuola è dovuto semplicemente alla buona volontà delle maestre e dell’istituto.

Mi ha colpito perché si fa sempre un gran parlare di innovazione tecnologica, di classi multimediali, di tablet, di personal computer, di lavagne interattive, ma alla fine ci si dimentica che lo scopo principale delle scuole sta proprio nell’istruzione dei nostri bambini. Probabilmente siamo ancora tutti prigionieri del nostro passato, di quando la scuola materna era semplicemente un asilo, e non riusciamo proprio a comprendere che i bambini di oggi hanno bisogno di altri percorsi e altri stimoli.

Troppo spesso sento adoperare l’espressione “a quell’età i bambini non capiscono, hanno bisogno soltanto di giocare“: a me sembra che sia il modo più comodo per eludere il problema perché a qualunque età i bambini chiedono soltanto di imparare e il gioco è semplicemente lo strumento attraverso il quale compiono le loro attività.

Se da un lato c’è da ringraziare un corpo docente che si fa in quattro per realizzare dei programmi educativi che consentano ai nostri figli di giungere alla scuola dell’obbligo con dei mezzi decenti, dall’altro fa specie vedere che il legislatore, sempre così solerte nel parlare di riforma scolastica e di innovazione (quanta enfasi per le iscrizioni scolastiche on-line, come se questa fosse la novità mentre invece è semplicemente il frutto di un terrificante ritardo della Pubblica Amministrazione!) non mette mai mano – di concerto con famiglie e operatori scolastici – all’aspetto più importante per la scuola: i percorsi e i programmi formativi che – ovviamente – vanno adeguati al mondo che viviamo.

E questo deve valere per ogni ordine delle scuole statali, anche quelle dell’infanzia che non sono previste dall’obbligo scolastico. Ciascuno di noi che ha figli sotto i sei anni avrà constatato che la sequela di stimoli che ricevono, dalla televisione alla rete, dai parchi alle ludoteche, dal cinema ai teatri, dai musei ai parchi tematici, fanno sì che i bambini dai tre ai cinque anni sono certamente (e direi  anche ovviamente) molto più evoluti di noi alla loro età e per forza di cose chiedono che il loro bisogno di sapere e di conoscenza venga soddisfatto, con un linguaggio ed un’attenzione commisurati alla loro età.

Probabilmente noi adulti abbiamo anche la responsabilità di non voler far crescere i nostri bambini, confinandoli in una specie di ampolla ovattata, dentro la quale essi possano vivere in un ambiente sterilizzato. Ma non ci rendiamo conto che i nostri piccoli, specialemente quando cominciano a fare gruppo, vogliono uscire dal loro guscio, cercano l’autonomia, pur non perdendo il punto di riferimento costituito dai genitori.

È triste pensare che lo Stato ufficialmente veda la Scuola dell’Infanzia come una sorta di baby-parking: la scuola non dovrebbe servire come il luogo dove i bambini vengano parcheggiati in attesa che i genitori escano dai loro uffici. Dovrebbe essere lo strumento principale per fornire al nostro futuro una chance di riuscita, poiché in un mondo altamente competitivo come quello che viviamo soltanto la cultura e la qualità del nostro sapere può aiutare una società a crescere ed emanciparsi.

 

 

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3 risposte a Baby-parking

  1. Bianca scrive:

    Ciao ‘atellino! Di corsa ti segnalo che a scuola di mia nipote ti hanno evidentemente raccontato un’enorme BUGIA: la scuola italiana è dotata da anni del cosiddetto POF, Piano dell’Offerta Formativa (noi della scuola di Agnese l’abbiamo potuto visionare). All’interno del POF, Dirigenti scolastici e Consigli d’istituto sono tenuti a definire e comunicare alle famiglie ed al territorio le attività che si vogliono svolgere, i modelli organizzativi per la realizzazione degli obiettivi, le attività extrascolastiche e quelle di ricerca e sperimentazione, ecc. (si vede che sto studiando, eh?). E’ ovvio che ci siano percorsi e programmi, che non basta “farli giocare” (e poi come? con che mezzi? In che luoghi? con che tempi? comunque anche questo va “programmato”) e che tutto ciò va messo su carta, soprattutto per la condivisione. E questo in Italia vale dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. Anche se nella prassi anche i nidi si organizzano in tal senso. Non credo che le maestre di Elisa non lo sappiano… forse fa loro comodo far credere la scuola sia ancora un baby parking.

    • Forse allora ho capito male le informazioni che ci hanno fornito in risposta ad un quesito specifico che non avevo riportato sul post. Facciamo così per questa volta ho capito male io … alla prossima “bugia” chiamerò la Fata Turchina per far crescere il nasino alla Coordinatrice del plesso …

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