Andare oltre le due RSI

Consiglio vivamente – per riflettere da sinistra ai problemi che ci affliggono in Italia – di scovare in qualche biblioteca il libro “Si fa presto a dire Russia” che Vittorio Zucconi scrisse nel 1992 quando, dopo molti anni che aveva lasciato l’Unione Sovietica, vi rientrò per raccontare come stesse cambiando la Russia, dopo gli anni del socialismo reale.

Lo suggerisco soprattutto per chi ha nostalgia di una mai realizzata Repubblica Sovietica Italiana, da contrapporre a quella – realizzata al nord – Repubblica Sociale Italiana, visione fascista della società e proseguimento dell’esperienza del Duce nei due anni di guerra civile.

Si tratta di un libro di venti anni fa ma che ci fa capire cosa significhi uscire da uno stallo lungo 70 anni. Ci fa capire cosa vuol dire vivere in un Paese dove tutto è fissato dalla legge, dove non esiste la meritocrazia, dove gli ospedali (salvo ad esempio alcune eccezioni come alcune cliniche oculistiche famosissime al tempo) cadevano a pezzi, dove tutto è pianificato e deciso dall’alto … naturalmente per tutti gli altri, i cittadini comuni, non per i funzionari del partito, la Casta dell’URSS di venti anni fa. Dove la responsabilità dell’individuo semplicemente non esiste perché non esiste l’individuo.

Consiglio questo libro perché a 90 anni ormai di distanza dalla Marcia su Roma (il 28 ottobre sarà l’anniversario della manifestazione che porto alla presa del potere in Italia da parte di Benito Mussolini) si possano  finalmente mettere da parte i due estremi di una lotta, fra destra e sinistra, del secolo scorso e si possa finalmente ragionare in termini di XXI secolo.

Capire che a sinistra dobbiamo immaginare, sognare e cercare di realizzare un nuovo mondo per tutelare gli altri, i deboli, gli ultimi: un nuovo mondo perché quello che era il modello di socialismo da realizzare ha semplicemente fallito, diventando un proliferare di caste, posizioni di rendita e corporazioni. Allo stesso tempo la destra si deve liberare di ogni retaggio della sua RSI, delle sue origini fasciste. Proprio perché anche quello di modello ha fallito e miseramente ben 70 anni fa.

Cosa sia destra e cosa sia sinistra è molto difficile da capire di questi tempi e poco appassionante mi sembra il dibattito se Monti sia di destra o di sinistra.

Ma non è sicuramente partendo da categorie del passato che si possono riposizionare le ideologie: temi come sviluppo sostenibile e qualità della vita devono essere di sinistra. Perché occuparsi delle fasce di popolazione più debole significa innanzi tutto battersi affinché queste fasce abbiano una qualità di vita decente e sempre più protetta. A sinistra bisognerebbe battersi affinché si capisca che certi servizi, quali sanità, istruzione e ricerca non possono essere considerati alla stregua di beni o servizi di altro tipo (i cosiddetti beni e servizi intermedi) e che per essi non possano valere delle regole finanziarie ferree come il pareggio di bilancio. Perché investire in salute, istruzione e ricerca consente alla società di fare un balzo in avanti nel vero Prodotto Interno Lordo che conta, quello del Benessere della Popolazione.

Ecco perché non mi appassiona il discorso sulla ricchezza individuale di una trentina di persone al governo: trovo che sia un’inutile distrazione occuparsi delle case della Cancellieri, dell’Harley-Davidson di Terzi o del fatto che la Severino abbia omesso la titolarità di una società che possiede la villa sull’Appia dove lei vive, pare del valore di 10 milioni di euro (notizia riportata in prima pagina con un bel titolone dal Fatto Quotidiano di oggi).

Non aggiunge nulla alla Politica (con la maiuscola) e semmai la svilisce ulteriormente perché ancora una volta ci fermiamo a guardare il dito che indica la luna e non quest’ultima.

Nell’affrontare le riforme necessarie del mercato del lavoro, del mercato dei servizi, delle tutele per i deboli non può essere degno di nota il fatto che un ministro sia ricco o meno.

Come direbbe Clark Gable a Rossella O’hara … francamente me ne infischio!

p.s. chi troverà il tempo di leggere il citato libro di Zucconi (preciso che non è una marchetta al giornalista di Repubblica che non ne avrebbe bisogno, ma semplicemente il libro è fuori edizione ormai!) si accorgerà di quante cose in Italia abbiamo realizzato in maniera molto simile all’Unione Sovietica pur senza essere uno stato comunista. Breznev aveva il garage pieno di auto di lusso ma formalmente era il Compagno Leonid. Sulla carta avevano realizzato la piena occupazione, pianificando anche quando la gente doveva fare la spesa e cosa doveva mangiare. Poi in realtà fioriva il mercato nero, la gente sognava i jeans e quando in Occidente succedeva qualcosa i cittadini aspettavano con ansia il sarcastico servizio della TV di stato per vedere come si vestivano le donne a Milano, Parigi e New York! Francamente ringrazio e di molto Enrico Berlinguer per aver detto di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato che al tavolo del Patto di Varsavia!

Servire lo Stato

Camillo Padoa-Schioppa, figlio dell’ex ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso, scomparso poco più di un anno fa, riportava un pensiero del padre, sul ruolo del servitore dello stato, durante la commemorazione pubblica all’Università Bocconi di Milano, presieduta all’epoca dall’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti. Raccontava Padoa-Schioppa jr. che negli anni ’70 il padre lavorava al Servizio Studi della Banca d’Italia:

“… Aveva quindi un salario da middle class. Un giorno, parlavo con i miei genitori del fatto che nel settore pubblico si guadagna meno che nel settore privato, e chiesi loro il perché. E mio padre mi disse ‒ e questa è forse la frase che meglio descrive il suo atteggiamento ‒ se uno ha la fortuna di lavorare per il suo Paese è giusto che faccia qualche sacrificio.”

Ieri sono stati pubblicati i redditi e i patrimoni dei membri del nostro governo e speriamo che la morbosità dei media si possa finalmente attenuare. È singolare come, dopo un ventennio in cui i conflitti fra interessi privati e pubblici fossero – per usare un eufemismo – esplosivi, i media si siano accaniti come non mai affinché la scadenza dei 90 giorni, per la pubblicazione della situazione patrimoniale dei governanti,  fosse rispettata al minuto, in un paese che ha conosciuto ricorsi per liste elettorali presentate in ritardo, una pubblica amministrazione e un legalese che hanno inventato la differenza tra il “termine perentorio” e il termine per così dire “normale“, teorizzando il primo con l’espressione “entro e non oltre” e il secondo con “entro“, e giustificando il mancato rispetto del secondo proprio per l’assenza della perentorietà!

Anche oggi, scorrendo le prime pagine di alcuni quotidiani (chiamiamoli così per motivi letterali, essendo in edicola ogni giorno!), il giallo è il ritardo del Presidente Monti, reo di aver presentato la sua dichiarazione alle 23 (cosa che ha fregato il Giornale di Sallusti che in una prima edizione ha pubblicato che il professore non aveva pubblicato nulla: evidentemente alle 23 Sallusti, Feltri e Porro erano a ballare in qualche festino carnevalesco!).

Poi naturalmente c’è soddisfazione per questo atto di trasparenza, incredulità per il fatto che Corrado Passera abbia rinunciato ad una buonuscita milionaria (si pensi che Alessandro Profumo andò via da Unicredit con 40, diconsi quaranta, milioni di euro di liquidazione)  e magari un po’ di curiosità per la baita di Giarda, la moto di Terzi, le auto in massima parte tedesche, i fondi, le azioni, i conti correnti.

E soprattutto gli immobili, quanti immobili possiedono questi ministri! E proprio da qui vorrei partire per un piccolo ragionamento.

I membri del governo sono di fatto degli investitori molto accorti: il buon vecchio mattone non si batte mai, in Italia, a Parigi, a Bruxelles o a New York. Ma la quantità degli immobili posseduti fa saltare all’occhio la grande differenza fra questo esecutivo (che ho sempre sostenuto fosse conservatore, se non di destra) e gli esecutivi ufficialmente di centro-destra guidati da Silvio Berlusconi. Uno dei primi atti del secondo gabinetto del Cavaliere fu la cancellazione della tassa di successione e di donazione per i grandi patrimoni e la depenalizzazione del falso in bilancio, due delle tantissime leggi ad personam o ad familiam che la sedicente maggioranza neo-liberista in Italia ha avuto l’arroganza di approvare. Nell’ultimo Governo Berlusconi inoltre il primo provvedimento fu la totale cancellazione dell’ICI sulla prima casa, che ha contribuito in maniera determinante ad affossare gli enti locali e ha dato luogo ad una corsa folle a finte separazioni e false residenze pur di non pagare il balzello, l’unico di fatto federalista in un contesto di imposizione fiscale fortemente centralista.

Ebbene il governo Monti, lo scorso dicembre, ha reintrodotto un’imposta, quella sugli immobili che è innanzi tutto contro i loro stessi interessi personali, visto quanti e che immobili i membri del Governo possiedono.

Questo Governo non sarà il migliore che ci si potesse aspettare ma sicuramente sta introducendo delle novità in tema di trasparenza e di gestione della cosa pubblica che sono effettivamente significative. Poi naturalmente ci sono commentatori probabilmente a lutto per il fatto che Corrado Passera abbia non solo venduto tutte le azioni di Intesa che possedeva, ad un prezzo sicuramente basso e quindi perdendoci qualche milione di euro, ma ha addirittura rifiutato di negoziare una qualunque buonuscita, cosa che gli sarebbe comunque spettata, e ha accettato di fare il ministro guadagnando molto di meno di quello che percepiva come amministratore delegato di Intesa. E qui mi è tornato in mente Tommaso Padoa-Schioppa e la sua frase degli anni ’70 rivolta ai suoi bambini “se uno ha la fortuna di lavorare per il suo paese è giusto che faccia qualche sacrificio“.

Al di là del rigore morale che esprime una frase del genere c’è però nel paese un rapporto malato con la ricchezza e con il denaro: sarà probabilmente il combinato-disposto di una certa cultura di sinistra, che vede – ancora –  i soldi e la proprietà (spesso degli altri!) come qualcosa da espropriare o frutto comunque e sempre di corruzione morale o fisica da parte del Capitale e quindi del padrone, e di una visione pseudo-cattolica che vede nel danaro il mammona, il Satana, e che fare soldi o guadagnare bene sia comunque una sorta di peccato (e ben venga il ministro Severino a sottolineare che non lo è), un qualcosa di cui vergognarsi.

C’è tuttavia in questo elenco di redditi e di patrimoni qualcosa che non mi convince ed è l’assenza di redditi e patrimoni “normali” prima dell’esercizio della carica ministeriale. Con l’eccezione del maestro Doria tutti i membri del governo sono dei ricchi signori, con patrimoni consistenti alle spalle e che hanno lasciato lavori ben più retribuiti per servire lo stato. Quasi una sorta di sacrificio di un pezzo del paese, quello alto-borghese, che decide di occuparsi delle cose pubbliche e quindi anche dei più poveri, degli emarginati, delle altre “classi” si direbbe in una visione marxiana della società.

Ne parla Vittorio Zucconi oggi sul suo blog: il punto è che proprio perché non si può essere governati in eterno da un gruppo, che per censo ci concede un po’ del tempo a sua disposizione,  è la Politica (si noti la maiuscola) che deve tornare ad essere alta e nobile e deve consentire a tutti di avere le opportunità affinché chi vuole possa servire il proprio paese anche senza essere supermanager, alti funzionari dello Stato o stimatissimi professori universitari. Perché una delle grandi conquiste del secolo scorso, con il suffragio universale e l’indennità dei parlamentari, era proprio quella di garantire che non fossero soltanto i ricchi a fare Politica ma che chiunque potesse aspirare a sedere in Parlamento, senza per questo rimetterci di tasca propria.

Diventa quindi importantissimo come finanziare la Politica affinché funzioni proprio per la ragione stessa della sua esistenza, per occuparsi dei problemi comuni e non dei problemi dei singoli. Altrimenti la gestione della cosa pubblica sarà appannaggio dei diversi populismi, di destra con Berlusconi e i suoi ricchi simili che in forza del denaro pensano di poter comprare tutto, di sinistra (si fa per dire) con Di Pietro o Grillo che parlano solo alla pancia della gente! Populismi che oggi si riflettono anche in certa carta stampata: il Giornale e Libero da una parte sono il controcanto de il Fatto Quotidiano dell’altra.

Molti sognano un sistema all’americana, con un finanziamento trasparente da parte dei cittadini, la  deducibilità dalla propria dichiarazione dei redditi. Ma il problema è uno: per fare cosa? Qual è la visione della società che partiti, federazioni, poli, movimenti propongono e per la quale rischierebbero in proprio per attirare finanziamenti? Quali sono i leader che incarnano queste visioni? Ho ricevuto qualche giorno fa l’invito dello Staff di Barack Obama a fare una donazione per vincere la lotteria di un invito a cena con il Presidente! Premesso che non posso partecipare in quanto non sono cittadino americano e quindi non posso donare nulla (serve il Social Security Number, il codice fiscale statunitense) se ne avessi avuto la possibilità l’avrei fatto perché Obama è un grande e carismatico leader (senza bisogno di ricorrere alla patonza che deve girare come il Cav.) ma è soprattutto un uomo politico con il quale parlare di Politica, di futuro, di visione. Un uomo che non sta esitando a giocarsi tutte le sue chance di rielezione parlando di scuola e ricerca e tagliando tutto tranne quello!

In Italia invece abbiamo a destra lo stato confusionale di un partito che non è mai esistito e che è stato semmai l’ufficio propagnanda di una specie di impresario spacciatosi per imprenditore arricchito, e a sinistra un partito nato male, sotto i migliori auspici, ma che è prigioniero di una nomenclatura e di un gruppo di funzionari che hanno combinato il peggio del PCI, con il suo Comitato Centrale, e il peggio della DC, con le sue correnti e divisioni, perdendo di vista che la funzione principale di un partito è quello di saper vedere lontano, immaginare – da sinistra – una soluzione non solo alla conservazione dei posti di lavoro e del lavoro di chi ce l’ha, ma anche progettare e proporre soluzioni per creare lavoro per chi non ce l’ha, proteggere chi è senza protezione, far crescere la ricchezza di chi è più indietro. Invece questa sinistra, e per certi versi questo sindacato, è prigioniero di schemi del passato che vedono la ricchezza (degli altri) come un nemico e mirano alla sola ed esclusiva conservazione dello status quo.

Adesso che i professori hanno messo a disposizioni i loro dati patrimoniali, e sappiamo quanto hanno guadagnato e che interessi hanno in campo economico, forse sarebbe il caso che partiti, giornali, opinion maker si occupino di come – quando la stagione dei tecnici finirà – la Politica dovrà tornare a parlare al cuore e alla mente delle persone, di cosa dovrà dire e di come dovrà comportarsi, per recuperare quella credibilità che in questi 100 giorni di Governo Monti sembra essere completamente perduta, tanta e tale è la differenza e il distacco tra la sobrietà dell’esecutivo e la rissosità del Parlamento.

 

Preferisco ricordarlo così

Mi dispiace per uno dei miei miti ma io continuerò a preferirlo così, mentre si accende quella sigaretta e fissa il vuoto in questo stupendo video d’epoca, per una delle più belle canzoni italiane. Meglio le canzoni che le prediche.

Come eravamo e come siamo rappresentati

Fra poco alla Casa Bianca il Presidente Barack Obama incontrerà il Presidente del Consiglio Mario Monti. Da quando Obama è entrato in carica, dal 20 gennaio 2009, non ha mai ricevuto il Primo Ministro italiano (all’epoca Silvio Berlusconi). Ovviamente lo ha incontrato in occasione dei vari vertici internazionali ma mai lo ha invitato alla Casa Bianca.

Dopo wikileaks sappiamo anche perché e quale fosse il timore dell’Amministrazione statunitense per i wild parties dell’allora Primo Ministro e per le relazioni poco ortodosse con Vladimir Putin.

Adesso invece la Casa Bianca ha invitato Monti, tesse le lodi del nostro Paese e guarda con fiducia alla leadership del nuovo Premier.

Giusto perché siamo un Paese dalla pessima memoria storica ricordiamoci chi eravamo:

E guardiamo invece come siamo rappresentati adesso all’estero.

Giusto per non dimenticare.

 

 

In un paese normale

Se accadesse in un paese normale che il Ministro dell’Interno, massimo rappresentante dell’ordine pubblico, dichiarasse nella solenne sede del Parlamento, quindi dinanzi ai rappresentanti del popolo sovrano, che:

“Per quanto riguarda la città di Roma, colpita pesantemente, nella riunione del 2 febbraio, il dipartimento della protezione civile ha raccomandato agli enti territoriali la puntuale applicazione dei piani per le precipitazioni nevose”

il Primo Cittadino di Roma dovrebbe sentire il dovere morale di rassegnare le dimissioni, non perché ci sia stata la neve ma perché la puntuale applicazione dei piani per le precipitazioni nevose evidentemente non c’è stata.

E poco importa se si sia personalmente rimboccato le maniche e si sia messo a spalare la neve: ha fallito la macchina della prevenzione e quindi chi ne porta la suprema responsabilità – a livello locale – deve trarre le debite conseguenze.

Questo in un paese normale …

Poiché il nostro non lo è incrociamo le dita delle mani e dei piedi, sperando che le previsioni meteo siano totalmente sbagliate e che non nevichi nuovamente domani sera sulla Capitale.

Altrimenti ci sorbiremo altri due giorni di Alemanno a reti unificate …

 

Il governo ideale

In questo mondo così rancoroso, che noi ci ostiniamo ancora a chiamare Italia o il nostro Paese, è di tutta evidenza che la famosa massima del Duce sull’inutilità di governare gli italiani è ancora oggi fondata e vera.

Naturalmente alla prima lettura di queste righe qualcuno potrà anche darmi del Fascista, tanto ormai siamo abituati a estrapolare una frase, decontestualizzarla, montare una polemica e distrarre le masse continuamente.

La rete si è ingalluzzita ultimamente grazie agli errori comunicativi di Monti, Fornero e Cancellieri e subito se l’è presa con i loro figli, nel più classico luogo comune che le colpe dei padri ricadono sui figli.

Surreale quindi la spunta dei curriculum vitae di Giovanni Monti, figlio del Presidente del Consiglio, di Silvia Deaglio, figlia del Ministro Fornero, e di Piergiorgio Peluso, figlio del Ministro dell’Interno Cancellieri.

Mentre Monti jr. e Peluso jr. lavorano (o hanno lavorato) per istituzioni private, la collera della rete si è scagliata contro Silvia Deaglio: la sua colpa ovviamente è quella di lavorare per la stessa università (statale) dove lavorano i genitori. Piccolo particolare trascurato dalla rete: la  professoressa Deaglio è medico e non economista come i suoi famosi genitori. Ma questo – ovviamente – passa in secondo piano. Ora ammesso e non concesso che lei sia stata raccomandata (non la conosco personalmente, ma ha un CV veramente notevole, specialmente oltreoceano dove non sono molto sensibili alle lusinghe della politica italiana) ma chi diavolo può governare mai un paese come il nostro?

Vuoi parlare di lavoro precario? Allora non puoi avere un posto fisso.

Vuoi parlare di mobilità? Allora non puoi lavorare nella stessa città dei tuoi genitori.

Insomma il governo ideale, per la rete, dovrebbe essere composto non di persone che abbiano competenza e magari qualche idea di futuro per le generazioni a venire, ma che rispecchino i blocchi sociali della società odierna.

Non ci si può allora stupire se abbiamo affidato prima al Fascismo, poi alla Democrazia Cristiana e infine al caro Silvio Berlusconi, il compito di governarci: siamo intrinsecamente incapaci di ragionare con la testa, ma solo ed esclusivamente con la pancia.

In tutto questo marasma, la stampa nazionale, anziché alzare il dibattito sui contenuti delle proposte del Governo dei Professori alimenta l’assurdo assunto della rete che forse vorrebbe al governo dei tristi, poveri e magari vedovi (e possibilmente senza figli) professionisti. Solo così si avrebbe la titolarità ad esprimere opinioni, a postulare delle tesi nel dibattito sulla crisi economica.

Non oso immaginare che campagna elettorale ci aspetta il prossimo anno.

 

A passo d’uomo

Stamattina per fare 7 chilometri in autobus ho impiegato 90 minuti. Non credo serva una App o un comunicato della Protezione Civile al sindaco di Roma, l’Ing. Gianni Alemanno, per calcolare che la velocità media del mio 60 express è stata di 4,6 km/h, cioè il passo d’uomo.

Se il sindaco non fosse particolarmente ferrato nelle equivalenze – forse per la chiusura di qualche classe di terza elementare quando la frequentò – la velocità di questo bus oggi era di 78 metri circa al minuto!

Se questa è la normalità alla quale siamo tornati a Roma, come Alemanno ha twittato prontamente dopo la nevicata di venerdì, allora preferivo di molto stare in mezzo alla neve!

 

p.s. purtroppo nemmeno a piedi si può raggiungere il posto di lavoro, dato che i marciapiedi sono ancora pieni di lastroni di ghiaccio e di cumuli di neve. Mi chiedo come facciano a Toronto!

 

Comunicare meglio, no?

Nelle ultime settimana il Presidente del Consiglio Monti e i ministri Fornero e Cancellieri si sono lasciati andare a battute – più o meno riuscite – riguardante il posto fisso, la mobilità e il futuro dei giovani.

Ora naturalmente non ci vuole un genio per capire che magari non sarà tutto strategicamente preconfezionato e concordato, ma sicuramente c’è una convergenza assai poco casuale nelle dichiarazioni dei tecnici al governo.

Solo che c’è modo e modo di dire le cose, come ci insegnano fin da piccini.

Monotonia del posto fisso, flessibilità, distacco dal nido familiare sono tutti concetti – in linea generale – condivisibili.

Però … c’è un però.

Ogni anno sessantamila laureati si spostano dal Meridione al Nord del Paese: ad un anno dalla laurea il laureato del Sud Italia si trova – in media – a 214 chilometri di distanza da mamma e papà.

Non vorrei sembrare campanilista – sebbene qualche titolo potrei pure avercelo dato che mi trovo a 800 chilometri dal suolo natio – ma quello che appare evidente (forse non al prefetto Cancellieri, ministro dell’Interno) è che noi terroni siamo già costretti, dalla vita, ad emigrare ed ad affrancarci dal nucleo familiare.

A parità di condizioni di partenza, il laureato meridionale paga un dazio enorme per entrare nel mondo del lavoro. Qualche numeretto?

Supponiamo di avere un giovane laureato del Sud che termina i suoi studi a 24 anni. Ad esempio supponiamo cominci a guadagnare 1000 euro al mese (lo so che è una chimera ma è un esempio!) ma è costretto a vivere a Milano. Lo stesso coetaneo suo, milanese, con la sua stessa laurea a 24 anni, comincia a lavorare restando a casa con i genitori: il potere di acquisto di quei 1000 euro vale il doppio per il milanese! Dati gli affitti scandalosamente alti – rapportati ai salari medi, ovviamente – il giovane del Nord è come se guadagnasse il doppio del suo collega meridionale. Sempre rimanendo nell’esempio se l’affitto assorbe una bella metà del salario, 500 euro, il dottore di Milano guadagna 6000 euro netti in più del suo coetaneo. In dieci anni fanno 60000 euro, che mi sembra una buona base magari per acquistare una casa o per qualche investimento, mentre il suo coetaneo farà sempre i conti alla quarta settimana per vedere se almeno un cinema, il 27 del mese, se lo potrà permettere.

E questa sopra descritta nell’esempio è la punta dell’iceberg, perché i salari di ingresso non sono più questi ma decisamente più bassi. Ora direi al caro ministro dell’Interno che dovrebbe anche conoscere bene la realtà del meridione avendoci lavorato ed essendosi sposata un mio conterraneo: non è che forse la mobilità già esiste in questo paese solo che in realtà si tratta di emigrazione forzata e non di libera scelta? Com’è che i flussi di migrazione sono sempre nella direzione sud-nord e mai viceversa? Com’è che si invitano i giovani a spiccare il volo ma poi nel profondo nord e nella borghesia anche più benestante li si tiene a casa fino a 35 anni?

Un’ultima considerazione rispetto all’espressione “posto vicino a mamma e papà“: francamente lo trovo disumano. Mio padre e mia madre non hanno mai lasciato la loro vicinanza con i genitori ma si sono sposati rispettivamente a 26 e a 24 anni, costruendosi il loro nido, facendo i loro sacrifici ma il fatto di rimanere vicino ai genitori ha consentito loro di dare ai loro figli un grandissimo regalo: i nonni. Ora senza entrare in sentimentalismi facili (sono stato legatissimo ai miei nonni, soprattutto dopo la prematura scomparsa di mia madre) mi chiedo se non sia comunque un valore quello di mantenere forti legami con la famiglia, che non è sempre quella dei film malavitosi!

Si può emigrare, girare il mondo e magari tornare: qui invece siamo di fronte allo scempio sociale, al massacro di una generazione intera che deve emigrare per sopravvivere, dividendo sempre di più la società italiana fra ricchi e poveri, fra chi ha una rete sociale e chi non ce l’ha.

Quindi potrei anche condividere quanto asserito dalla Cancellieri se prima il governo facesse in modo che anche nella Terronia si riuscissero a creare quelle opportunità di impresa e di occupazione che rendano appetibile anche la mobilità al contrario, da nord a sud.

Perché come è fatta ora, questa mobilità, è proprio una schifezza.

 

 

Aggiornare le APP

Leggo che stamattina il sindaco di Roma Gianni Alemanno si è scagliato contro i servizi meteo. Evidentemente il tecnologico Primo Cittadino della Capitale non ha capito come funzionano le App sul suo smartphone.

Quelle (gratuite) che puoi consultare, caro Gianni, davano praticamente per certa la nevicata di ieri e danno pessime speranze di miglioramento nel corso della prossima settimana.

Quindi caro sindaco, dato che sei così bravo e utilizzi twitter, blog, youtube e via dicendo, probabilmente sarebbe il caso che ti aggiorni o ti scarichi anche una app sul meteo!

Naturalmente dopo questa emergenza neve, che segue quella delle alluvioni di ottobre, fossi in te mi farei un esamino di coscienza e trarrei le dovute considerazioni.

Buone palle di neve a tutti!

Se la mela avanza nelle aziende

Spesso mi trovo a discutere con alcuni amici a cosa possano servire i tablet (e l’iPad in particolare) nel mercato business: quando Steve Jobs presentò la sua nuova creatura, inventando di fatto un mercato, pochi pensavano che quella tavoletta avrebbe rivoluzionato il mercato dell’informatica. Le obiezioni che sorsero furono relative al fatto che non era un PC, non era un telefono ma era qualcos’altro. Moltissimi lo vedevano come oggettino di culto ma solo per i consumatori e pochi, pochissimi, stavano comprendendo le potenzialità di uno strumento come quello lì.

Sono passati due anni e leggo su Bloomberg questo articolo: a Cupertino del mercato enterprise non gliene è mai fregato molto, quando si parlava di Mac. Basta riascoltarsi su youtube l’intervista a Steve Jobs di Walt Mossberg nel 2010 per capire come lo scomparso CEO di Apple non amava molto penetrare il mercato delle aziende, quanto piuttosto consumerizing questo mercato.

Adesso è evidente invece che le cose stanno cambiando: d’altronde quando si vendono milioni di dispositivi sui quali funziona iOS, ci sono le App e questa cosa ha trascinato tutti gli altri a confrontarsi (e a volte a copiarsi) diventa normale che anche nelle aziende si vogliano certi prodotti. Se Microsoft dovesse rilasciare una versione Office per iOS (cosa della quale si vocifera sempre più spesso) assisteremo nei prossimi anni alla vera fine del PC, che rimarrà indispensabile per alcuni (pochi, me compreso come fotografo) e sarà sostituito da tavolette sempre più evolute, veloci ma – paradossalmente – molto meno aperte di quanto sia adesso il web.

Si è arrivati dopo l’esplosione di internet e dopo l’atomizzazione delle informazioni alla necesssità di avere delle applicazioni che facciano una scrematura di ciò che ci serve.

In tutto questo la lezione che possiamo trarre da Apple è la solita: se si investe in innovazione e si fa i pionieri in certi campi allora il vantaggio che ne trai è enorme. Sei sempre davanti agli altri, fai il capofila e quindi godi di vantaggi indiscussi, facendo tantissimi soldi: perché a prescindere dalle retoriche sul software libero, la rete gratis ed altre sciocchezze simili tutte queste aziende sono società a scopo di lucro, non organizzazioni benefiche.

p.s. mi fanno sorridere moltissimo quei blogger (uno su tutti gettonatissimo in Italia) che continua a diffondere la menzogna della rete gratuita. In questo mondo gratis non c’è nulla e anche se avessimo libero accesso alla rete, senza pagare nulla ai provider, in realtà ci sarebbe sicuramente chi questa rete l’ha costruita. E se la si fa con i soldi pubblici, come molti sostengono e propongono, non significa che è gratis, ma che la paghiamo tutti come contribuenti, anche per chi le tasse non le paga.

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