Ecco, qualcuno glielo ha detto!

Ascoltare Adriano Celentano, ad Annozero, rimbrottare Maurizio Lupi con quel “Che razza di cristiani siete voi ciellini? Forse credevate di leggere il Vangelo e invece era il Corriere dei Piccoli!”  mi ha fatto tornare il buonumore ….

Una lezione civica

In un’epoca in cui le donne e gli uomini d’Italia sono rappresentati al più alto livello da una classe dirigente indegna della storia e della cultura del nostro Paese, di una nazione che ha dato al mondo intero arte, giurisprudenza e invenzioni, spicca gigantesca la figura di una donna normale, di una mamma distrutta da un dolore immenso, di una donna innamorata di un compagno che si trova a fronteggiare qualcosa che nessun padre vorrebbe mai fare.

Ascoltare queste parole della mamma della piccola Elena, la bimba deceduta dopo essere stata dimenticata dal suo papà in auto, ad appena 22 mesi, dovrebbe far riflettere sul grado di stress che uomini e donne del cosiddetto mondo occidentale hanno ormai raggiunto.

Vorrei urlare al mondo intero l’amore del mio compagno verso la figlia“, comincia con queste ferme parole la dichiarazione televisiva di questa giovane mamma, “padre esemplare“: è straordinario come questa donna, che ha perso la sua bambina ed in attesa di un altro figlio all’ottavo mese di gravidanza, abbia trovato il coraggio di rilasciare una così intensa dichiarazione d’amore verso la propria famiglia ed il proprio compagno, nel momento in cui lui – involontariamente – sta divenendo la causa del dolore più grande che un genitore possa mai provare.

In quell’aggettivo “esemplare” c’è tutta la forza dell’amore enorme che unisce queste due persone e prima che i vari talk show si buttino a capofitto nell’ennesima tragedia, prima che stupide trasmissioni le reggano un microfono in mano chiedendole “come si sente, signora?“, la mamma di Elena impartisce una sonora lezione civica a chi continua a pensare ad un modello di società sempre più frenetico, precario e anestetizzato, dove non ci sia spazio che al lavoro, al business, al danaro e ai beni materiali.

Quello che è capitato a Lucio può capitare a ciascuno di noi, perché non ci si ferma mai“, continua la giovane mamma, perché siamo costretti a vivere come le macchine, non come gli esseri umani.

Lucio è ovviamente indagato di omicidio colposo e potrebbe anche essere condannato penalmente, ma lì alla sbarra del tribunale che lo giudicherà, dovremmo esserci tutti noi, tutto questo mondo che abbiamo creato, dove una giovane coppia che decide di avere bambini e quindi di contribuire al futuro della società viene lasciata sola, senza servizi, con mille e più responsabilità, sola in compagnia soltanto del proprio coraggio.

Quanta gente avrà pensato male di questo padre prima di queste parole! Quanti avranno pensato “io sono diverso, a me non può capitare“?

Ma siamo così sicuri? Siamo così sereni quando in auto ci dirigiamo verso l’ufficio? Siamo così tranquilli e rilassati?

Il mio pensiero non può non andare anche verso questo padre esemplare, così diverso da tanti altri padri che non partecipano attivamente alla crescita dei propri figli e che pongono il loro lavoro e la loro affermazione personale e professionale in cima ai loro desiderata, rinunciando a priori anche a tentare la strada impervia e difficile della conciliazione fra lavoro e famiglia, attività alla quale le mamme sono storicamente più allenate. Il codice penale potrà anche condannarlo materialmente ma quell’uomo ha già pagato il tributo più alto che un genitore possa mai pagare alla vita: non sentire più la voce della sua Elena, la dolcezza di quella parola “papà” che soltanto chi l’abbia ascoltata può mai comprendere come ti faccia sentire.

E sarà ancora più triste constatare il fatto di come questa  tragedia sarà stata socialmente inutile, perché sebbene individualmente avremmo pure imparato la lezione e magari aumenterà la sensibilizzazione verso la donazione di organi (spero che lo straordinario altruismo della scelta di questa coppia di salvare tre bimbi dia loro un seppur minimo sollievo) socialmente continueremo verso la solita strada, continuando a cantare il solito refrain della produttività, della flessibilità e della competitività.

Continueremo a prendere in giro i padri che prendono congedi per dedicarsi ai figli perché sotto sotto pensiamo che accudire i figli, cambiare loro il pannolino, imboccarli, raccontare le favole della buonanotte, consolarli di notte quando cominciano ad avere i loro primi incubi, sia in realtà un mestiere di donna, sia roba – tanto per citare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla politiche familiari Giovanardi – da “femminielli” e che non merita nemmeno uno straccio di politica. Anzi, sia anche giusto penalizzarli questi padri che partecipano alle visite mediche dei figli, che lasciano una riunione per un incontro con la scuola, che stanno vicino alle proprie compagne per i controlli medici.

Perché questa è roba da stato scandinavo, lontano, freddo e algido: noi qui, la culla della civiltà occidentale e del mondo cristiano, continueremo a bestemmiare con i fatti proprio quel Cristo nel quale professiamo la fede.

Andremo avanti senza indignarci di fronte all’ennesima tragedia, più o meno letale, che la televisione ci racconterà: ci emozioneremo, urleremo, diremo che “non devono capitare più” simili tragedie e ci scopriremo inflessibili con la famosa “certezza della pena“, inapplicata ai potenti ma certa, certissima e violenta con i deboli.

È questo che mi rende triste, dopo aver ascoltato le parole della mamma di Elena. Che il sacrificio enorme e disumano di questa famiglia sia stato per la società totalmente inutile, che non produca un minimo di emozione in chi – agli apici della società – ha la possibilità di cambiare le cose, di porre in essere alternative, di tracciare nuove soluzioni per la famiglia.

Ciao piccola Elena, buon viaggio se e ovunque tu stia andando. Hai avuto due straordinari genitori ai quali va un sentito ringraziamento per una lezione di civiltà così rara da sembrarci quasi straordinaria.

p.s. precisazione: il sottosegretario Giovanardi si è espresso con il turpe “femminielli” per “sensibilizzare” i napoletani su una possibile invasione al Comune, qualora vincesse De Magistris ai prossimi ballottaggi partenopei. Naturalmente (e ovviamente) nulla ha affermato in merito alla tragedia di Elena: le sue ultime uscite riguardo la famiglia e la società sono – per ora – soltanto quelle relative alla pubblicità Ikea sulle famiglie gay e alla legge contro l’omofobia, bocciata in commissione alla Camera.

Speriamo si fermi a queste, ma l’aggravarsi dello stato comatoso della politica italiana, a vele spiegatissime verso l’ennesima campagna elettorale e referendaria sulla persona di Silvio Berlusconi, ci infonde pessimismo e siamo convinti che qualche perla di saggezza ci verrà regalata dal politico modenese.

Suggeriamo al sottosegretario alcuni argomenti sulle politiche familiari che potrebbero essere sollevati: potremmo per esempio prendercela con le famiglie non convenzionali, dove l’unione tra madre e padre non è sancita in Chiesa o con quelle che non hanno i nonni vicino e quindi rinunciano a priori all’unico welfare che l’Italia garantisce. Potremmo rivolgere i nostri strali alle famiglie monogenitoriali, dove le mamme single tirano su i loro bimbi da sole, magari senza conoscere il padre, frutto – questi bimbi – del peccato mortale dell’unione carnale! C’è tanto lavoro da fare per distruggere ancora di più la famiglia! Forza e coraggio!

p.s. 2: si legga questo  articolo sul tema apparso su “il Giornale” e si guardi il titolo e il sommario per capire come si faccia informazione nel nostro paese. Tra il contenuto dell’autrice (che è secondo me in alcune parti un po’ superficiale) e il titolo dell’articolo non c’è assolutamente un nesso, oltre che un errore di persona, confondendo i nomi. L’espressione “neanche la morte mette la moglie contro il marito” è un esempio enorme della difficoltà di questo Paese di comprendere che esiste anche un altro modo di vivere che non sia quello con la bava alla bocca. 

  

Ammuina

Tutto sommato la proposta leghista di spostare i ministeri da Roma è interessante, almeno da un punto di vista storico.

È il trionfo dell’arte della confusione simboleggiata dal “Facite Ammuina” del Regno delle Due Sicilie (un falso storico ma ben rappresentativo dell’arte meridionale di distrarre l’attenzione dalle cose importanti e talvolta scomode).

Ne avevo già parlato qualche tempo fa su questo post e gli ultimi giorni di campagna elettorale per le Amministrative ci stanno dimostrando come anche i leghisti, nel profondo e produttivo nord, ormai non hanno più i loro storici argomenti politici e polemici e stanno ripiegando sul classico “spararla più grossa“, magari solo per limitare i danni.

Oggi è lunedì e mancano ancora sette giorni alla fine di questo massacro mediatico al quale il nostro Stivale è stato esposto (sì lo so, la campagna elettorale termina ufficialmente venerdì notte ma tanto si parlerà di elezioni fino a lunedì 30 alle 14.59, quando si chiuderanno i seggi!).

Allora vediamo di riepilogare (fonte Ansa):

  1. Ministero dell’Interno – Palermo
  2. Ministero del Turismo – Venezia
  3. Ministero dell’Economia e delle Finanze – Milano
  4. Ministero dello Sviluppo Economico – Torino
  5. Ministero dell’Università – Bologna
  6. Ministero dell’Ambiente – Napoli
  7. Ministero della Salute – Reggio Calabria
A questi si potrebbero aggiungere:
  • Ministero degli Esteri (stagione invernale) – Cortina d’Ampezzo
  • Ministero degli Esteri (stagione estiva) – Porto Rotondo
Ciò garantirebbe al maestro di sci dei figli di Berlusconi, temporaneamente prestato alla Farnesina, di poter lavorare in un ambiente a lui più consono e comodo.
Sposterei anche il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a Messina, così il ministro Matteoli potrà seguire più da vicino la costruzione del Ponte sullo Stretto.
Infine sarebbe interessante – per attuare il falso Regio Decreto borbonico – rendere itinerante la Presidenza del Consiglio, una specie di Cirque de Palazzo Chigi , così da garantire al Premier quel costante contatto con i telespettatori, con orde di cameramen e di giornalisti al seguito pronti a raccogliere, genuflessi, il suo Verbo!
Si otterrebbe sicuramente un po’ di movimento in questo fermo e stanco paese che da quasi venti anni non fa altro che un grande girotondo attorno al suo clown.

Ularei

Uno dei più antichi Parlamenti del mondo, l’Assemblea Regionale Siciliana, un’assise che ha le sue origini nel periodo normanno della mia isola, intorno al 1100, non trova di meglio che scimmiottare Bossi & Co. e i relativi proclami demagogici.

Mentre la Sicilia vive l’ennesimo periodo di instabilità politica, con un Governo regionale incapace di risolvere i problemi, con una disoccupazione giovanile e non insopportabile, con una nuova e triste emigrazione di giovani e meno giovani verso altri lidi, in Italia e all’estero, impossibilitati a rimanere nella propria terra, i Deputati siciliani trovano una rara unità nel legiferare su un qualcosa che tutti noi che abbiamo studiato nelle scuole isolane abbiamo sempre fatto.

Nella mia scuola elementare a Mascalucia, provincia di Catania, ogni anno organizzavamo uno spettacolo teatrale in lingua siciliana, spesso portando in scena opere di Nino Martoglio o adattamenti di Luigi Pirandello. Immagino che oggi si farebbe lo stesso con Andrea Camilleri e il suo commissario Montalbano.

La letteratura siciliana e la storia della nostra isola l’abbiamo sempre studiata, anche attraverso canzoni popolari (“Di Mungibeddu tutti figghi semu ….” è l’inizio ad esempio di una di queste, nella quale si raccontava la storia delle popolazioni etnee, tutte figlie di una stessa madre, l’Etna, che per noi catanesi è ‘a muntagna, femmina e madre quindi, e non “maschio“, vulcano, come dovrebbe essere in lingua italiana).

Abbiamo sempre studiato al liceo i nostri autori, i nostri premi Nobel per la Letteratura (Quasimodo e Pirandello), visitato i luoghi dei Malavoglia di Verga, ascoltato le note della Sonnambula di Vincenzo Bellini.

E se abbiamo fatto tutto questo è stato perché quella tanto offesa scuola pubblica, tanto vituperata dal Governo nazionale e dall’attuale maggioranza di centrodestra, così stigmatizzata per “inculcare” (copyright Silvio Berlusconi) i famosi valori contrari alla famiglia, inculcava invece anche la storia, i costumi e la ricchezza della nostra terra. Quella stessa terra che poi viene bistrattata, distrutta e sbeffeggiata da questo centinaio di persone, che lavorano a Palazzo dei Normanni a Palermo, e che sono stati eletti per guidare i siciliani a migliorare le condizioni di vita sull’isola.

Perché puoi anche imporre per legge delle cose che già abitualmente si facevano per prassi, ma se poi a poco a poco la maggior parte dei giovani è costretta ad andare via, a chi vuoi insegnare la storia e la lingua della nostra gente?

p.s. Per  i quattro gatti che leggono questo blog  e che non conoscono la lingua del mio suolo natio gli “ularei”  sono le cose inutili

L’ultimo spenga la luce

Sul blog di Alessandro Gilioli ho letto il post che riprendeva questa prima pagina di Libero:

Penso che ormai non siamo più nemmeno alla frutta, al caffè ed all’amaro.

Siamo andati oltre …

Al sonno.

Delle coscienze.

Un’altra carta!

Leggo su un post  che il Ministro Renato Brunetta, lo stakanovista del Governo, acerrimo avversario di sprechi e di fancazzisti pubblici, ha annunciato una nuova carta d’identità per i pubblici dipendenti, che sarà anche valida per l’espatrio.

La cosa mi ha fatto sorridere perché recentemente, giunto al UK Border dell’aeroporto di London Gatwick, ho mostrato al funzionario di frontiera britannico la mia Carta di Identità, pensando tra me e me, che sarebbe ora che anche gli inglesi aderiscano a Schengen per poterci muovere ancora più velocemente e senza fila tra l’Italia e il Regno Unito. Prontamente il poliziotto mi chiede – molto cortesemente – se avessi con me il Passaporto ed io replico che non l’ho  e aggiungo, un po’ scocciato a dire il vero, che essendo italiano non avevo bisogno del Passaporto ma che bastasse e avanzasse la Carta d’Identità nazionale poiché entrambe le nazioni facevano parte dell’Unione Europea.

Il tizio inglese, imperturbabile, mi replica con uno stupendo e surreale British aplomb che sapeva perfettamente che io fossi italiano ma che il Passaporto avrebbe consentito di velocizzare la pratica poiché i dati venivano letti automaticamente e non avrei perduto tempo (stiamo parlando di nemmeno due minuti di inserimento dei dati di immigrazione!!!). “Le suggerisco di viaggiare con il passaporto la prossima volta, così fa prima e non perde tempo a questo banco“, si congeda salutandomi. Mentre mi dirigo in città ripenso a quanto sia strana la storia: prima abbiamo fatto in modo che si evitasse il passaporto per sentirci tutti più vicini, adesso il documento principale per l’espatrio è addirittura sollecitato perché più sbrigativo.

La notizia dell’ennesima tessera plastificata di Brunetta mi è sembrata una specie di tessera punti per i pubblici dipendenti, come se non bastasse avere una carta d’identità, una patente di guida, una tessera sanitaria che ha anche funzioni di codice fiscale (in realtà io ne ho due, la prima emessa dalla regione Lazio quando ero residente a Roma, la seconda dalla Regione Siciliana essendo residente in provincia di Catania), un tesserino di codice fiscale per chi è nato prima della tessera sanitaria, un lenzuolo elettorale (chiamarla scheda o tessera è un po’ riduttivo, no?), il passaporto.

Quindi nei portafogli dei pubblici dipendenti si dovrà trovare posto anche per quest’altra …

La cosa mi fa diventare matto: ma le varie componenti dell’amministrazione pubblica non potrebbero mettersi d’accordo non su una razionalizzazione bensì sull’unificazione delle tessere?

Tecnicamente è possibilissimo che in una scheda con un chip vi siano caricati tutti i dati dell’individuo, dalla sua identità al codice fiscale, dalla posizione sanitaria, a quella inps, inail e chi più ne ha più ne metta. Nello stesso tesserino si potrebbero inserire i dati del collegio elettorale e magari implementare un sistema decente di voto a distanza (come viene ad esempio realizzato in Estonia), almeno per i quesiti referendari, ad esempio. Perché vi immaginate una persona che è residente a Milano ma si trova per lavoro a Canicattì che – se non viene eletto il Sindaco meneghino al primo turno – deve tornare in Lombardia ogni due settimane solo ed esclusivamente per esercitare il proprio diritto di voto? Primo turno amministrative, ballottaggio, Referendum!

Almeno per i referendum dico io, che sono uguali in tutta Italia, non si potrebbe mettere su un bel sistema informatico che ci consenta di votare anche se ci si trova a 1500 km di distanza dalla residenza?

Immagino la faccia di un orgoglioso travet pubblico, in viaggio per Londra, beccare il poliziotto inglese che scruta la nuova tessera di identità,  tanto orgogliosamente e brunettianamente ostentata dal dipendente pubblico, e sorride sornione chiedendo “non è che ha con sé il Passaporto? Sa, così ci sbrighiamo prima“.

Non mi toccate la Patagonia!

Leggevo stamattina sulle pagine interne de “la Repubblica” di un progetto per costruire alcune dighe nella Patagonia Cilena.

A questo progetto è interessata – e anche molto – l’Enel. La dirigenza dell’azienda elettrica italiana assicura che l’impatto ambientale sarà minimo.

Ho scovato in rete un link (anche in italiano) del movimento che contesta la costruzione di dighe.

I loro poster non hanno bisogno di ulteriore spiegazione.

Giù le mani dalla mia Patagonia, dal mio angolo di Paradiso in Terra.

Aspettando un altro weekend

Un mio carissimo amico, probabilmente dopo aver letto il mio post sullo scorso weekend, mi ha inviato – privatamente – un articolo interessante di Gennaro Carotenuto, che riprendeva uno dei punti che già avevo letto su questo post di Odifreddi.

La sera stessa, tornando a casa, ho disquisito della Beatificazione di Giovanni Paolo II, con una ex professoressa di Lettere, non credente e anticlericale, che non si capacitava di come tutte queste persone potessero riempire Roma per una tale manifestazione.

Torno sull’argomento perché mi preme precisare che non contesto quanto Odifreddi e Carotenuto scrivono: che su ogni figura della storia ci siano luci e ombre mi sembra scontato e ognuno è libero di sostenere qualsivoglia tesi. Quello che ho contestato invece ad Odifreddi era il tono di scherno e di disprezzo per un evento che ha coinvolto oltre un miliardo di persone.

Francamente non sono molto interessato al processo di canonizzazione della Chiesa Cattolica (e non ho competenza alcuna in materia) ma ciò che non ho capito di Odifreddi è la necessità di attaccare la sensibilità di chi ci crede: è questo suo atteggiamento che  mi dà fastidio perché se sei laico hai il dovere di comportarti da tale.

Se credi che Chiesa e Stato debbano essere separate rigorosamente è così che devi comportarti tu in primis. E su questo si possono trovare mille convergenze anche da chi è credente: d’altronde nel paese forse più religioso del mondo occidentale, gli Stati Uniti, la separazione è talmente netta (nella stessa Costituzione) che fa suscitare di invidia chiunque sia costretto a vivere tra concordati, 8xmille e esenzioni ICI!

E la differenza tra Odifreddi e Carotenuto è evidente: mentre il primo si erge a censore l’altro fa il giornalista, raccoglie e racconta i fatti.

Ed è per questo che mi arrabbio con chi come Odifreddi o Eco avrebbe la grande occasione di aiutare la classe dirigente di sinistra a partorire qualcosa di diverso da quanto negli ultimi anni hanno prodotto scimmiottando Berlusconi e il centrodestra, che non ha fatto altro che trovare sempre un nemico: i comunisti, i giudici, l’Inter …

Perché è francamente inutile per il Paese se tu continui a dire quanto sei “bello” e quanto sei “puro” e non capisci che per cambiare il Paese, per disossare la terra e riseminare qualcosa di positivo per la Nazione, è necessario anche sporcarsi le mani, scendere a compromessi, essere pragmatici.

Guardiamo agli Stati Uniti e alla differenza delle reazioni del popolo da una parte e dall’Amministrazione dall’altra rispetto al blitz contro Osama Bin Laden: mentre i cittadini americani esultano a mo’ di mondiale di calcio per la fine di Bin Laden, il Capo della Casa Bianca ha dimostrato – se mai ci fosse ancora bisogno – cosa sia avere a cuore le istituzioni del proprio Paese (oltre che dimostrare quanto sia necessario evitare di buttare altra benzina sul fuoco delle emozioni). Prima di andare in TV ha chiamato Bush jr. e Clinton e li ha informati di quanto avvenuto, condividendo con loro (e quindi soprattutto col primo che rappresenta una bella fetta di popolazione sostanzialmente contraria a questo presidente) il successo dell’azione militare, essendo stati i suoi due predecessori impegnati in un modo o nell’altro contro lo stesso terrorista. Non ci sono state polemiche stucchevoli sul passato da parte democratica: nessuno ha detto a Bush “noi siamo stati più bravi“.

Ci immaginiamo cosa sarebbe successo in Italia?

Nel nostro Paese siamo alla situazione paradossale che sia chi governa che chi si oppone è spaccato al proprio interno sulla posizione da tenere sulla Libia. E gli intellettuali italiani (quasi sempre di sinistra) storcono ancora una volta il naso davanti al fatto che è un dovere neutralizzare Gheddafi, possibilmente consegnandolo al Tribunale Internazionale de l’Aia, secondo la tradizione europea, perché è troppo ma troppo comodo dire che si è pacifisti e “sempre contro la guerra” quando poi la tua ignavia si traduce in uno sterminio di innocenti come troppo spesso è accaduto.

È vero la guerra fa schifo e nessuno vorrebbe mai adoperare l’opzione militare. Però a volte è necessario usare la forza per proteggere quelli che sono più deboli di noi, come spesso accade nelle più disgraziate situazioni sparse nel pianeta. Poi certo possiamo parlare di chi abbia responsabilità nell’aver armato dittatori più o meno esplicitamente, chi abbia baciato o meno la mano a Gheddafi. E guai a tacere le responsabilità: ma da lì all’ipocrisia ne corre!

Quanto sarebbe magnifico se anche da noi le istituzioni si rispettassero e chi ricopre i vertici non passi il tempo a soffiare sul vento delle proteste e ad aizzare sempre la folla come ultras di calcio!

Un intenso weekend

Dopo un lungo weekend trascorso davanti alla TV per festeggiare due giovani ricchi, belli e famosi convolare a giuste nozze e per ricordare la figura di un “gigante” della storia, il papa polacco, neo Beato della Chiesa Cattolica, ecco che improvvisamente, alla stessa storia dell’umanità, viene impressa un’accelerazione attesa da quel tragico 11 settembre 2001 che sconvolse il mondo.

Stamattina avevo pensato ad un altro post per commentare sia il weekend appena trascorso che gli ultimi due post dal blog del Prof. Odifreddi su repubblica.it, nei quali il famoso matematico diceva la sua sui due eventi mediatici (ed altro ancora).

Poi la lettura delle nuove notizie sul blitz americano, che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden, ha inevitabilmente cambiato la scaletta, con quelle immagini forti dei festeggiamenti davanti la Casa Bianca.

E sono improvvisamente muto.

Rimango senza parole perché al di là del successo militare, ottenuto dai US Navy Seals e del quale ovviamente si è soddisfatti, non si può non restare perplessi di fronte ai festeggiamenti per la morte di un uomo. È chiaro che si tratta di una reazione emotiva abbastanza scontata di fronte ad un individuo che negli ultimi vent’anni ha dichiarato guerra agli USA e a tutto il mondo occidentale. A me sembra tuttavia che il festeggiare la morte di qualcuno sia sempre una sconfitta per l’essere umano e non posso che essere d’accordo con quanto dichiarato alla stampa dal Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. È purtroppo il frutto di un clima di odio sul quale il terrorista saudita ha soffiato per anni e anni e che ha contaminato anche il nostro emisfero di valori, quel mondo occidentale che Osama ha voluto combattere nella vita. Era sicuramente impossibile prenderlo vivo e assicurargli un processo: troppo difficile da gestire, con il rischio che Osama si trasformasse in un’icona per gli stessi terroristi (come osserva giustamente Federico Rampini sul suo blog). Per fortuna Barack Obama ha puntualizzato che non si è in guerra contro l’Islam ma  il clima di festa nelle strade americane non aiuta il processo di pacificazione che il presidente americano descrisse nel suo famoso discorso a Il Cairo. Quello che ci si può augurare è che da questo evento, tanto aspettato dopo i quattro aerei usati come missili, si possa ricominciare a costruire un modo nuovo di convivere con chi non la pensa come noi.

E partendo da questo che non capisco proprio perché sia così difficile rispettare il credo e i sentimenti degli altri. Negli ultimi due post del prof. Odifreddi ho letto scherno e disprezzo per chi fosse così distante da lui o meglio da quella che lui crede sia la retta via.

Ancora una volta ho l’impressione che un certo laicismo/ateismo sia più “fondamentalismo” di quello islamico o di quello cristiano dei movimenti dei Neo/Teo-Con.

Leggere le parole di Odifreddi mi ha fatto arrabbiare: partiamo dai motivi più futili. William e Kate si sono sposati, il loro matrimonio è stato seguito in tutto il mondo da una marea di telespettatori e di web-spettatori. Ora, direi io al professore, non è che tutta questa gente (uno o due miliardi poco importa) siano dei deficienti soltanto perché hanno deciso di staccare la spina per quattro ore e far svagare la mente, sognare un matrimonio da favola per sé o per i propri figli, festeggiare insieme a due ragazzi, i due giovani parassiti, come li ha definiti il matematico. Ma che senso ha poi utilizzare espressioni come “parassiti” o “sorriso da gatta morta che il principino ha ereditato da sua madre“? Mi chiedo perché certi intellettuali, grandi geni nel loro campo e non solo, pensino sempre di trattare con supponenza, superbia e disprezzo chi invece magari non ha il loro stesso quoziente intellettivo o forse anche la stessa fortuna. Odifreddi mi ha ricordato Umberto Eco che, nella manifestazione milanese di contrasto a Silvio Berlusconi e alle sue abitudini del Bunga Bunga, ha ricordato che anche lui dorme poco la notte come il Premier ma … per leggere Kant!

Ah ecco!

Allora sì che la sinistra è in sintonia con la gente, che è proprio in mezzo al popolo, vero? Che sa parlare a tutti, eh?

Una volta Nanni Moretti, a piazza Navona, urlò contro Fassino, Rutelli e D’Alema che con quella classe dirigente lì la sinistra non avrebbe mai vinto. E aveva ragione.

Direi oggi  a Nanni: “ma non è che con questa classe intellettuale qui si vada molto lontano“! Quello che alcuni scrittori, intellettuali e politici, che si professano di sinistra, fanno fatica e ancora non comprendono è che contrastare le idee di Berlusconi non significa prendere quello che dice e dire (o fare) l’esatto contrario, perché si rischia di dire (o fare) delle cavolate estreme, proprio come quelle che il Cavaliere continua ad affermare.

Al professor Odifreddi chiederei ad esempio quale sia stato il fastidio che gli ha recato l’applauso al feretro di Pietro Ferrero: forse perché l’aver inventato la Nutella è una cosa spregevole mentre scoprire la soluzione a qualche misterioso problema matematico dell’Universo sia invece degno di menzione? Non credo che la famiglia Ferrero pretendesse il Nobel per i dessert, ma sono certo che sia quella famiglia che tutte quelle altre che lavorano per lei e per quell’azienda e che erano lì ad applaudire pretendano il rispetto per il loro lavoro, che magari non cambierà il mondo, ma sicuramente contribuisce a  rendere migliore il nome del nostro Paese in termini di arte culinaria, perché, caro Odifreddi, non si vive di sola scienza ma anche di pane (e perché no, nutella!).

Ma veniamo all’ultimo aspetto dei post di Odifreddi: non riesco a capire perché chi è laico o ateo debba attaccare riti e credo di chi non lo sia. Perché attaccare il Pontefice attuale e il suo predecessore confondendo politica e religione? A me sembra che certi fondamentalisti laici (o atei) rimproverino alla Chiesa Cattolica di ingerenza nella vita propria dello stato e delle sue leggi (rimprovero sacrosanto, si badi bene, perché la Chiesa dovrebbe soltanto occuparsi delle cose di Dio e non di Cesare), salvo poi scendere sullo stesso terreno dell’ingerenza quando si tratta di commentare vicende squisitamente religiose quali la Beatificazione di Giovanni Paolo II o il commento al Venerdì Santo dello stesso Benedetto XVI.

Perché mi chiedo chi professa libertà e laicità poi alla fine non concede ai credenti la libertà di elevare agli onori degli altari un papa molto amato e che – per quanto figura molto complessa e sicuramente non immune da errori – ha fatto la storia della Chiesa negli ultimi trent’anni. Quello scherno finale, al novello beato Giovanni Paolo II, con quel “non intercedere per noi! Prega per te stesso“, mi sembra talmente stupido che vorrei non fosse stato Piergiorgio Odifreddi ad averlo scritto.

O tempora o mores!“, si chiede il professore cuneese, “fino a quando abuserete della nostra pazienza? fino a quando continuerete a prendervi gioco di noi? fino a che punto si spingeranno le vostre idiozie?“.

Caro professore anche noi comuni mortali, che guardiamo una coppia di “parassiti” affacciarsi dal balcone di una palazzo e scambiarsi un bacio, ammirando il décolleté e il lato B della damigella dal nome romanescamente impronunciabile, che applaudiamo chi ha contribuito a rendere più gustose le nostre colazioni e che ammiriamo chi ha affrontato con la forza della sua immagine e della sua parola il blocco sovietico, ci chiediamo la stessa identica cosa!

Quando voi intellettuali  la smetterete di porvi sul piedistallo e non vi rendete conto di stare su un trespolo lontano dalla gente, quando voi cultori della scienza comprenderete che il vostro altissimo lavoro è possibile anche perché c’è gente più umile che svolge alcuni compiti che voi vedete sotto forma di servizi, quando voi fondamentalisti laici organizzerete una manifestazione rigorosamente laica nella Valle dei Templi di Agrigento e urlerete alla Mafia, a Cosa Nostra, a quello schifo di organizzazione criminale che ha distrutto e continua a distruggere la mia terra, di convertirsi e di mettersi in ginocchio al servizio degli uomini, della società civile e della scienza?

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